La Patagonia negata

di Maddalena Pezzotti

I

 

Il corpo di Santiago Maldonado è apparso nel fiume Chubut a quasi tre mesi dalla sua sparizione, dopo la repressione di una manifestazione mapuche a Pu Lof nel Cushamen, per mano della gendarmeria argentina, con una proporzione di 200 militari contro 20 civili. Una notizia che ha generato un complesso dibattito nazionale, nel pieno delle elezioni legislative, in cui partecipano figure pubbliche come la ex-presidente della repubblica Cristina Fernández de Kirchner, e il suo acerrimo nemico, l’attuale presidente Mauricio Macri, in un confronto mediatico che, nelle intenzioni politiche e utilitaristiche, scavalca i diritti umani.

 

Una marcia celebrata pochi giorni fa, per chiedere verità e giustizia, ha radunato migliaia di persone e prodotto scontri e arresti. Sul palco Estela de Carlotto e Tati Almeida, esponenti delle nonne e delle madri di Plaza de Mayo, e il premio Nobel per la pace Alfonso Pérez Esquivel. Cortei sono stati organizzati in diverse città dall’assemblea permanente per i diritti umani e la associazione degli ex-detenuti desaparecidos. Anche papa Francesco si è mobilitato con una lettera inviata alla madre del giovane. Riceverà la famiglia Maldonado in Vaticano il mese prossimo.

 

L’accaduto riporta sotto i riflettori l’acceso conflitto in atto fra gli indigeni mapuche e il gruppo Benetton, proprietario di un’area di 94.000 ettari, estesa quanto Puerto Rico, dedicata all’allevamenti di ovini per la produzione della lana, materia prima dei suoi prodotti, commercializzati in tutto il mondo, e dove prospetta di realizzare attività estrattive. I mapuche reclamano la possibilità di vivere sul proprio territorio ancestrale e sono spesso esplose proteste.

 

Gli accertamenti forensi in corso nelle ultime settimane, ai quali hanno partecipato 50 periti, e che dovrebbero concludersi alla fine della settimana entrante, con i risultati delle perizie complementari, hanno già stabilito l’asfissia da annegamento. Nondimeno, il decesso potrebbe essere per ipotesi avvenuto sotto tortura in altro luogo, o nello stesso fiume, ma per mano di terzi. La bassa profondità del fondale, e il fatto che tutti gli individui in fuga, tranne Maldonado, siano riusciti a guadare agevolmente, lascia insorgere dubbi.

 

Difensori dei diritti umani, e militanti mapuche, sostengono che il ritrovamento del cadavere, in una zona, battuta in precedenza da tre rastrellamenti, non sia altro che un depistaggio delle reali circostanze, riconducibili invece a una sparizione forzata con l’aggravante della morte. Altri eventi similari, come quelli di Ezequiel Demonty nel 2002, e Franco Casco nel 2014, vittime della violenza istituzionale, e rinvenuti a pelo d’acqua, darebbero adito a tali versioni. In ogni caso, se l’inseguimento di otto persone, una volta che il blocco stradale era stato disperso, avesse condotto a una fatalità, e a omesso soccorso, le gli errori delle forze dell’ordine non sarebbero archiviabili.

 

Su una questione su cui si è espresso persino il pontefice, Benetton tace; alla faccia dei suoi united colors, brand geniale e falso emblema di integrazione etnico-culturale. Il sito corporativo parla di impegno sociale come di “un percorso di concretezza” e di “collaborazione con enti impegnati nella solidarietà” che si materializza “valorizzando l’impegno delle persone nel mondo come primo ingranaggio per smuovere l’intera società”. Segue un elenco di campagne dalla sicurezza alimentare alla salvaguardia delle grandi scimmie. La resistenza culturale dei contadini mapuche, e l’attentato alla vita di uomini, donne e bambini, denunciata da Amnesty International, non pare rientrare in questi valori.
Benetton in Argentina è il maggiore proprietario terriero privato del paese e un potere latifondista con agganci di alto livello. Ha acquisito il suolo dei mapuche nel 1991 attraverso la Edizone Holding International, una compagnia del gruppo, per 89 milioni di dollari che corrispondono solo a una frazione del suo valore commerciale corrente. Nel 2010, con l’intensificarsi delle richieste di restituzione di una fetta del territorio, difese il primato del diritto di proprietà privata sulle rivendicazioni storiche dei mapuche. Dichiarò, inoltre, in maniera lapidaria di essersi trovato coinvolto in una disputa centenaria, senza riconoscere l’evidente complicità con un sistema che opprime i popoli indigeni e li riduce in condizioni di emarginazione e povertà. Banalmente, la responsabilità sociale dell’impresa, e le pretese di solidarietà internazionale, finiscono dove cominciano gli interessi economici.

 

L’esercito argentino, capitanato da Julio Argentino Roca, poi divenuto presidente, dal 1878 al 1885, conquistò la Patagonia che la propaganda governativa appellava “deserto”, pur essendo una regione fertile e popolata. Con argomenti razziali e idee sociali darwiniste, ma soprattutto con la mira dell’espansione della frontiera agricola, 15.000 indigeni vennero espulsi dai loro territori. L’occupazione venne finanziata e armata dal Regno Unito e la Argentine Southern Land Company Ltd, con sede a Londra, entrò in possesso di ampie porzioni di terra, che verranno nazionalizzate nel 1982. Negli anni ’90, la presidenza di Carlos Menem si caratterizzò per le privatizzazioni massive dei servizi e delle proprietà statali, attraverso un processo di svendita che attrasse figure come Sylvester Stallone, Ted Turner, Jerry Lewis, George Soros e Benetton. Questa costituì una fase importante nella storia dell’annientamento, e la criminalizzazione delle organizzazioni sociali dei mapuche, e coloro che hanno concluso affari lucrativi, a dispetto di diritti collettivi, non possono nascondersi dietro la scusa di non aver iniziato la lite.

 

Il governo in carica non è stato da meno grazie a uno sforzo concertato di abbattere le legittime aspirazioni dei mapuche. La ministra dell’interno, Patricia Bullrich, ha perpetrato la demonizzazione dei mapuche, quando ha agitato lo spettro di una repubblica autonoma all’interno dell’Argentina, e caratterizzato un piccolo insediamento rurale indigeno come il frutto di una logica anarchista e una cospirazione con obiettivi di secessione. Il governatore Mario Das Neves, a capo della provincia che riceve imposte copiose da Benetton, ha accusato i mapuche di atteggiamenti delinquenziali, paragonandoli alle Farc colombiane. La giustificazione dell’azione violenta della polizia ha sortito forti echi nella stampa locale. L’intervento a Pu Lof della gendarmeria, a cui è preposta la sicurezza del paese, e riporta in linea diretta al governo federale, per sopprimere una modesta opposizione indigena, è derivato da una precisa volontà di rappresentarla alla stregua di una minaccia nazionale.

 

I mapuche sono un popolo autoctono, sopravvissuto al genocidio coloniale e agli attacchi del neo-liberalismo, per l’ultimo censimento in Argentina integrato da circa 300.000 persone. I loro diritti territoriali sono sanciti dalla costituzione, secondo l’articolo 75, sezione 17, che garantisce agli indigeni “la proprietà collettiva delle terre su cui vivono tradizionalmente”, e il riconoscimento della loro “pre-esistenza etnica e culturale”. Nel 2002, Atilio Curiñaco and Rosa Naheulquir, sposati con quattro figli, inoltrarono una richiesta presso l’istituto autonomo rurale per ottenere il titolo di 385 ettari non utilizzati dai Benetton. Il gruppo denunciò la famiglia per invasione, allontanata dalla propria casa con il sequestro di aratro e animali, e intentò una causa giudiziale. Nel 2004, i Curiñanco-Nahuelquir viaggiarono a Roma per presentare una petizione riguardante la propria parcella a Luciano Benetton, ma non vennero mai ricevuti.

 

Sull’onda dello sdegno globale, nel 2005 i Benetton offrirono alla provincia di Chubut circa 7.400 ettari per i mapuche che l’istituto nazionale agrario decretò inagibili alle coltivazioni a meno di ingenti investimenti. La legge 26160 del 2006, estesa per decreto al 2017, impedisce lo sfratto delle comunità indigene, malgrado ciò Benetton, con la connivenza dello stato argentino, ha cercato di sedare i tentativi di asserire diritti sulla terra, con intimidazioni poliziesche, a detta di Amnesty International, senza controllo dell’organo giudiziale e correlazione con la scala degli incidenti, provocando innumerevoli e ripetuti abusi. E’ stata evidenziata dai legali di parte mapuche la presenza di attori giudiziari favorevoli al gruppo Benetton, reinstallati dopo la rimozione dalle stesse funzioni per provate irregolarità, e con legami di tipo familiare con il consolato italiano. Il gruppo è proprietario di un museo nella città di Leleque, nel quale i mapuche sono descritti come invasori provenienti dal Cile, con un’operazione di falsa informazione che intende delegittimare ogni rimostranza.

 

Nonostante le teoretiche protezioni legali, i mapuche affrontano le conseguenze di razzismo e isolamento economico. Tuttavia, il rispetto dei loro diritti umani fondamentali non sarà raggiunto molto presto. Il relatore speciale sui popoli indigeni, James Anaya, nel 2012 ha concluso che in Argentina permane un gap significativo fra il piano legislativo e la sua implementazione. Human Rights Watch nel 2015 ha riscontrato che questi affrontano ostacoli enormi per quanto concerne l’accesso alla giustizia. La combinazione dell’impatto di denigrazioni continue, azzardate scelte neoliberali, e l’anteposizione dei guadagni privati alle leggi e i diritti dei suoi cittadini, tiene i mapuche all’angolo.

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