Libia: la rivoluzione inconclusa

di Maddalena Pezzotti

 

La strage di Manchester del 22 maggio e la vicenda umana dell’attentatore Salman Abedi, britannico di genitori libici, combattente adolescente della resistenza al regime di Gheddafi, porta alla ribalta un paese dove la guerra è entrata a far parte di tante storie individuali e famigliari, il sacrificio dei caduti della rivoluzione è ostentato nello spazio collettivo, e il desiderio di morte è una forma di cultura per tanti, per quanti come Abedi un’ossessione. Questa intervista a un attivista libico, che ha scelto di essere citato con le sole iniziali, fa luce su una società civile, laica nell’approccio al conflitto e critica tanto dell’occidente quanto dell’universo arabo. Lontana dal fanatismo che fa della violenza una dimensione identitaria o di sopravvivenza politica, c’è un’altra Libia possibile.

MP: Quando le azioni di controterrorismo non vengono seguite da mirate strategie di stabilizzazione, in generale, non hanno successo. La Libia può dirsi libera dal sedicente stato islamico, ma il potenziale per una ripresa jihadista è alimentato da molteplici fattori, quali l’inveterata presenza di poteri locali e le loro rivalità, l’influenza di attori regionali finanziatori di cartelli estremisti e, soprattutto, le motivazioni politiche ed economiche che hanno facilitato l’avanzata del califfato. Ritieni che in Libia ci siano volontà e iniziative adeguate per favorire la normalizzazione post-Isis nelle ex-aree occupate e quelle ad alto rischio?

ZF: L’insediamento dello stato islamico in Libia è stata una manovra pilotata, a riprova di ciò ne è l’ascesa fulminea quanto la sua caduta. Per anni, e sin dall’amministrazione Clinton, si è mantenuta una grande ambiguità verso la galassia jihadista, fino all’Isis, per generare instabilità, altrimenti non sarebbe comprensibile come questa sia riuscita a disintegrare, o a mettere in crisi, intere nazioni in un breve periodo. In fondo, si tratta di bande di mercenari. Non è concepibile che ci voglia così tanto per fermarli. C’è una doppiezza occidentale in questa faccenda. Tramite i mass media poi si svolge la partita con l’opinione pubblica. Lo stato islamico è stato sconfitto in via ufficiale, ma è destinato a riaffiorare in forme e luoghi diversi, alimentato da manipoli estremisti interni [l’Isis ha avuto la sua massima capacità estensiva, su una fetta di costa della Cirenaica e della Tripolitania, tra febbraio e maggio del 2015, grazie a una emorragia di defezioni dalla Ansar al-Shar’ia libica, oltre che all’apporto logistico e amministrativo degli emissari di Abu Bakr al-Baghdadi dall’Iraq, ndr]. Siamo chiari, non sarebbe mai potuto entrare senza il beneplacito dei poteri locali e dei Fratelli Musulmani, sovvenzionati da Qatar e Stati Uniti, e in contatto con qualsivoglia espressione di terrorismo [i Fratelli Musulmani del Partito Giustizia e Costituzione, battuti in tutte le tornate elettorali dalla caduta di Gheddafi, danno illegalmente vita al Nuovo Congresso Generale, costringono all’esilio nella città di Tobruk il Congresso Generale Nazionale designato nel 2014 e, sotto la guida prima di Omar al-Hasi e dopo dell’autorità islamista Khalifa Ghwell, controllano Tripoli e altre zone, con il braccio armato di milizie qaediste, ndr]. Non dimentichiamo che Obama aveva scommesso sui Fratelli Musulmani in Egitto e, quando al-Sisi ha fatto le sue mosse, non gli è restato che fare buon viso a cattivo gioco.

MP: L’Isis in Libia non è riuscito a proliferare. Concepito alla stregua di un esercito straniero di occupazione, gli sono mancati sia i combattenti sia i quadri per edificare e reggere uno stato. I lealisti di Gheddafi vi sono confluiti, seppure non in massa come i baatisti in Iraq. Tuttavia, il jihadismo in Libia è esistito per qualche decade e cellule di al-Qaida e Ansar al-Shar’ia erano operative prima dell’arrivo del califfato. Una mancata integrazione dei gheddafisti nella politica e nella sicurezza libica può costituire un pericolo per una loro eventuale affiliazione a gruppi terroristici nel futuro?

ZF: L’Isis ha inquadrato gheddafisti, un ceto dirigenziale che gestisce risorse economiche in Libia e all’estero, e che ha sempre pensato di rendersi indipendente dalla rivoluzione. La scelta di Sirte non è stata casuale. Le sorti della Libia sono navigate da corsari di lungo corso. Del resto, ci sono gheddafisti con Fayez al-Serraj [deputato di Tobruk, figlio di un funzionario di re Idris, nominato a seguito degli accordi di Skhirat che nel 2016 instaurano il Governo di Accordo Nazionale, sostenuto dalla comunità internazionale, ma non avvallato nel paese, con l’appoggio delle milizie di Misurata, e fuoriusciti del Nuovo Congresso Generale che hanno destituito Ghwell, ndr] e ce ne sono con Khalifa Haftar [ex-generale di Gheddafi, caduto in disgrazia nella campagna del Ciad, rientrato dagli Stati Uniti, congegna l’Esercito Nazionale di Liberazione, riprende Bengasi conquistata da Ansar al-Shar’ia, con l’appoggio delle milizie di Zintan, obbliga il congresso che si era auto-esteso il mandato a indire nuove elezioni, e dopo la scissione del Nuovo Congresso Generale affianca il Congresso Generale Nazionale di Abdullah al-Thani a Tobruk, ndr]. Nessuno è in grado di proteggere il bene comune. Siamo per certo condizionati da vecchie egemonie.

MP: La Libia ha una storia lunga e travagliata. La fase posteriore alla rivoluzione del 2011 ha visto libere elezioni dopo un quarantennio di dittatura, un comitato di transizione sottoposto a frequenti sostituzioni dei suoi membri e strattoni da milizie mai smobilitate, ed esecutivi e parlamenti vittima di dispute continue, con la copresenza di “città-stato”, e un sud smisurato e padroneggiato da minoranze bellicose Tuareg e Tebu. Eppure la maggioranza dei voti nel 2012 venne ottenuta dalla Coalizione delle Forze Nazionali, movimento “moderato” e “filo-occidentale”, capitanato da Mahmoud Jibril, sconfiggendo i Fratelli Musulmani e la loro organizzazione, inversamente a quanto successo in Tunisia e in Egitto. Quali errori della classe politica libica hanno portato a una situazione di tale ingovernabilità?

ZF: Il problema reale libico sta nell’assenza di un progetto chiaro nei suoi coefficienti, capace di determinare i diritti delle parti, e la mancanza di una costituzione che regoli  le relazioni politiche, economiche e sociali, oltre all’inesistenza di una classe politica capace di comprendere le prossime fasi e presiederle con responsabilità. Il paese affonda nelle radici profonde della corruzione; i cittadini non hanno senso dello stato, suffragando invece potentati tribali e regionali. Questi elementi hanno concorso a ostacolare la rivoluzione del 17 febbraio, impedendole di dipanare la sua missione, e usandola in modo utilitaristico, per poi distruggerne gli scopi che si prefiggevano il trasferimento della forza militare, il compimento della pace civile, e la creazione di istituzioni efficaci in seno a un ordine democratico che crede nella diversità e nella libertà di opinione. La battaglia a cui assistiamo deriva da un accumulo di varianti negative per un popolo che non ha ancora provato l’esperienza democratica, non ha raggiunto la maturità politica, ed è piuttosto invischiato in una crescita conflittuale tra componenti assetate di un potere senza vigilanza.

MP: L’incapacità delle Nazioni Unite di accompagnare la ritessitura politica e sociale in Libia ha prodotto un terzo polo, virtuale e non eletto, il Governo di Accordo Nazionale, e gli ha incollato le etichette di “inclusivo” e “legittimo”, con il battesimo del “riconoscimento internazionale”, espediente che è stato spesso associato a stati già falliti dalla loro stessa concezione. L’Unione Europea ha imposto sanzioni non solo al Nuovo Congresso Generale, ma anche al Congresso Generale Nazionale di Tobruk, e in un clima di totale mistificazione, le televisioni hanno subito dato Fayez al-Serraj per installato, quando alla fine dell’anno scorso non c’era nemmeno la lista dei ministri. Che capacità effettiva ha il Governo di Accordo Nazionale?

ZF: Al-Serraj è un ostacolo ai Fratelli Musulmani e questa è una circostanza di per sé positiva. La saggezza richiede tempo. Occorre però prendere decisioni immediate ed è così che alle volte si perdono posizioni preziose. Nell’agosto scorso dovette chiedere agli Stati Uniti di bombardare con aerei e droni lo stato islamico, in quanto non aveva mezzi consoni o sufficienti per raggiungere il bersaglio. Al-Serraj non ha guadagnato tutta la Tripolitania, fatica nella stessa capitale e ha scarsa presa nei territori più distanti [la presenza di milizie pro-Haftar in Tripolitania e le molte alleanze politiche, oltre al comando della Cirenaica e la regione del Gebel Nefusa, hanno irrobustito il generale, ndr]. L’antagonismo a Bengasi ormai è minoritario [contestazione di alcune fazioni a Bengasi, Ajdabiya e Derna, alla supremazia di Haftar in Cirenaica, ndr]. L’unica soluzione è che al-Serraj e Haftar confluiscano in un’alleanza per avversare il resto. I recenti colloqui di Dubai sono stati positivi, ma ci sono parecchie minacce [l’incontro del 13 febbraio scorso, facilitato dalle diplomazie di Egitto, Tunisia, Algeria, Turchia, Russia e Stati Uniti, era fallito sul rifiuto di Haftar di annettersi a una riedizione ristretta del Governo di Accordo Nazionale di Serraj, dove avrebbe avuto il compito di dirigere la difesa, ndr].

MP: La guerra all’Isis sui fronti di Sirte e Bengasi ha palesato due schieramenti, con Stati Uniti, Regno Unito e Italia al lato di Serraj e le milizie di Misurata (operazione Bunyan al-Marsous), ed Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia e Russia al lato di Khalifa Haftar e l’Esercito Nazionale di Liberazione. Un numero di eventi, fra cui le ostilità fra l’Esercito di Liberazione Nazionale e le milizie di Misurata a Sebha, potrebbero produrre un’escalation militare. Che stadio può raggiungere il confronto?

ZF: I due fronti esistono sul terreno, ma sono liquidi, imprevedibili, e complicati da interessi eterodiretti, regionali ed extra-regionali. Il generale non accetterà nessuna retrocessione rispetto allo status che ha acquisito. Ci vorrebbe una sfera di cristallo. Le milizie di Misurata, che lottano al fianco di al-Serraj, sono patrocinate dalla Turchia e da soggetti salafiti, compresi i Fratelli Musulmani. Il Regno Unito è passato con Haftar. L’Italia saltella da un punto all’altro, cercando di salvare il proprio tornaconto energetico in Libia e i propri affari commerciali in Egitto [leggi anche Una poltrona per due. L’Italia al Consiglio di Sicurezza, ndr]. L’Arabia Saudita è dichiaratamente ostile al Governo di Accordo Nazionale. I nemici indomiti di Haftar sono le correnti islamiste assoldate dal Qatar [Haftar aggrega i Sahwat – Risveglio, civili riforniti di armamenti per osteggiare gli islamisti, ndr]. Tutti stanno, o sono stati, con tutti e contro tutti. L’avvento di Trump ha scompigliato il contesto. Il dossier della Libia è stato consegnato ad al-Sisi, alzando una barriera alla Turchia e al Qatar e ai tentativi di destabilizzazione di quelle formazioni che spalleggiano Ghwell. Stiamo con probabilità arrivando a uno scontro civile di gravi dimensioni.

MP: Il collasso istituzionale libico è prevenuto dalle municipalità che sono le entità più dinamiche del paese. Non essendo chiaro se al-Serraj potrà implementare i 37 miliardi di lire libiche dell’accordo temporale finanziario, a tuo parere, si potrebbe efficientare il processo e, simultaneamente, superare la frammentazione e promuovere la riconciliazione, devolvendo potere alle periferie, mediante un contratto sociale, che preveda lo sviluppo di modelli di decentralizzazione e la condivisione di risorse economiche?

ZF: E’ giusto quello che si dovrebbe cercare di fare. La garanzia della partecipazione a ogni livello dello stato, uno stretto collegamento con la realtà del territorio, il coinvolgimento della società civile, sono l’unica via d’uscita, nella convinzione che il dialogo è la strada esemplare per risolvere le differenze attuali e future. La decentralizzazione potrebbe davvero essere un acceleratore di stabilità e concordia. Comunque i municipi sono anche un motore di corruzione e alcuni sono cuciti a doppio filo con organizzazioni filo-islamiche estremiste e la compagine di al-Qaida che appoggia Ghwell. Ci vuole cautela.

MP: Da parte di alcuni, si è parlato di federalismo militare, ovvero di uno sforzo comune che accrediti dignità alle storie locali, assimili le milizie in corpi dell’ordine, e miri all’allestimento di servizi di sicurezza affidabili, come di un meccanismo per abbassare la tensione, disinnescando la polarizzazione e le ambizioni secessionistiche mai sopite. Una formula di questo tipo potrebbe funzionare?

ZF: L’esperimento parlamentare in Libia non ha condotto a modificazioni della cultura politica e alla realizzazione delle aspirazioni e degli obiettivi della rivoluzione. Il risultato è stato, al contrario, un’esacerbazione delle criticità. Per rinnovare i sentimenti della rivoluzione e completare la sua traiettoria, per affrontare questa crisi e rinsaldare il cammino, è necessario utilizzare gli strumenti che descrivi. In questo momento, però, c’è troppa separazione e poca fiducia reciproca. La Libia è ancora in guerra. Bisognerà realizzare la riappacificazione in conformità ai principi della giustizia di transizione.

MP: L’interferenza di potenze regionali e internazionali ha ulteriormente complicato la disgregazione della Libia. L’atteggiamento dell’Italia risponde a un opportunismo dettato dalla dipendenza energetica e dal contenimento dei flussi migratori, piuttosto che a una strategia delineata di cooperazione per sostenere le prospettive economiche e sociali del paese. Il recente accordo sottoscritto dal presidente del consiglio italiano con al-Serraj per il blocco dell’immigrazione clandestina è stato addirittura sospeso dalla corte d’appello di Tripoli e dichiarato nullo dal parlamento di Tobruk. Quale ruolo potrebbe rivestire l’Italia?

ZF: L’ingerenza straniera ha spesso messo a repentaglio la sicurezza del suolo libico e la sovranità della nazione. Ha persino messo in discussione la collaborazione dei paesi cosiddetti amici nel perseverare nella visione prospettata dalla rivoluzione, senza esitazioni o rovesciamenti, e nel rifiuto assoluto del terrorismo. I libici amano l’Italia e si aspettano di più. Se lo sono aspettato sin dalle prime battute e non sempre le attese sono state colmate. L’Italia è stata un osservatore e ha seguito passi altrui, quando avrebbe potuto dare un contributo di sostanza per i vincoli storici, culturali ed economici che ci legano [l’Italia sta importando dalla Libia il 7 per cento del gas e l’8 per cento del petrolio per il proprio fabbisogno, attraverso i giacimenti offshore protetti dalla marina militare e da truppe speciali; esporta in Libia macchine di impiego generale per 95 milioni di euro, apparecchiature di cablaggio per 76 milioni, prodotti di colture permanenti per 52 milioni, frutta e ortaggi per 15 milioni, prodotti derivati dalla raffinazione degli idrocarburi per circa 1.2 milioni, ndr]. Sebbene il modus operandi dell’Italia sia congiunturale, e mai strutturale, un suo maggiore impegno potrebbe senza dubbio giovare alla Libia [l’Eni ha un peso politico sulla Compagnia Nazionale del Petrolio e la Banca Centrale, quest’ultima trae introiti elevati dal mercato del greggio, e sarà vitale per la ricostruzione socio-economica, ndr].

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