Leadership responsabile

di Maddalena Pezzotti

Ogni anno per due settimane convogliano a Davos, in Svizzera, qualche migliaio di persone per discussioni su questioni economiche e sociali nell’ambito del World Economic Forum. Il Wef ebbe il suo inizio in un formato europeo nel 1971, quando nella visione del suo ideatore, Klaus Schwab, professore di economia tedesco, si creò uno spazio dove uomini d’affari del vecchio continente potessero aggiornarsi sui progressi del management d’oltre oceano. Solo poco dopo, era diventato un evento mondiale, per il suo prestigio, frequentato da corporazioni globali, finanza internazionale, e capi di stato. Nell’edizione recentemente conclusa sono intervenuti, tra gli altri, Theresa May, primo ministro britannico, Xi Jinping, presidente cinese, Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, e Jack Ma, miliardario fondatore di Alibaba. Oggetto di critiche e proteste da parte del movimento anti-capitalista Occupy Wall Street, il Wef è sede di incontri informali tra industria, politica e finanza.

Cento compagnie di punta hanno aderito al Patto per una Leadership Effettiva e Responsabile, promosso a partire dal riconoscimento del ruolo strategico ricoperto dai grandi investitori e l’influenza che questi possono esercitare nell’evoluzione delle comunità dove operano grazie a una governance che accompagni la realizzazione di traguardi generali, come gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Il Patto esplicita la convinzione dei firmatari che finalità corporative e pubbliche debbano raggiungere un allineamento e i guadagni a breve termine non debbano distrarre da welfare e prosperità economica a lungo termine. Fra i temi esaminati nelle 400 sessioni del programma ufficiale del Wef, interessanti nel complesso, ne ho trovati uno particolarmente avvincente e un secondo allarmante, materia prima per un piano che porti a concretizzare gli impegni assunti.

Le economie avanzate soggiacciono a un rapido invecchiamento, senza che vi sia in atto un ricambio generazionale che sostenga i sistemi previdenziali e sanitari. In Italia gli occupati ultracinquantenni sono il 33.5 per cento e quelli fino a trentaquattro anni il 22.1, quando nel 2004 la distanza era addirittura di 30 punti a favore dei giovani. Negli Stati Uniti, dove in comparazione la protezione universale è minima, si registreranno difficoltà dal momento che la generazione baby boomer si sta avvicinando al pensionamento. I giapponesi caleranno del 25 per cento in meno di mezzo secolo. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro valuta che la disoccupazione mondiale giovanile è destinata a toccare presto il 13.1 per cento. La crisi ha proporzioni drammatiche in Nord Africa, Medio Oriente e Sud Asia, dove i giovani costituiscono il 17 per cento della popolazione attiva e il 40 per cento senza collocazione. Il divario fra giovani e vecchi è diventato troppo pericoloso per essere ignorato dalla politica.

La proposta di Felix Marquardt, produttore hip hop e fondatore di Youthonomics, fra i selezionatissimi invitati al Wef, è rivoluzionaria in un mondo impegnato a innalzare argini alle rotte migratorie e barricarsi dietro le frontiere: dare alle nuove generazioni libertà di movimento, dischiudendo possibilità formali affinché possano spostarsi in paesi dove non si riesce a trovare disponibilità di certe competenze manuali o professionali (in Germania mancano operai specializzati nell’ingegneria e la manifattura), originando un libero mercato dedicato e stimolando competizione per ingaggiare giovani – magari proprio tra le corporazioni partecipi della leadership responsabile. Un meccanismo specifico per Marquardt potrebbe essere un programma globale di permessi biennali, con il quale alcune categorie di lavoratori possano dislocarsi, in maniera regolamentata, da luoghi di emigrazione illegale, verso realtà sviluppate; ed altre categorie, dall’Europa, per esempio, intraprendano il viaggio opposto, verso paesi dove scarseggiano tecnici diplomati e laureati.

Gli immigrati potenziano la crescita e lo sviluppo delle collettività in cui vivono. Dal 2002 al 2012, per l’Ocse hanno rappresentato la metà dell’aumento della forza lavoro negli Stati Uniti, e il 70 per cento in Europa. Questo stesso studio denota che gli immigrati apportano in volume sovrastante a quanti benefici ricevano. In Italia nel 2014 (ultimo anno per cui si ha il dato del Dossier Statistico Immigrazione), il saldo fra gettito fiscale e contributivo versato dagli immigrati e spesa pubblica destinata all’immigrazione varia, a seconda del metodo di calcolo, da +1.8 a +2.2 miliardi di euro. Negli Stati Uniti, la Small Business Administration rivela che gli immigrati sono vivaci creatori d’azienda rispetto agli americani e una fetta considerevole del 51 per cento delle startup miliardarie di proprietà privata. “Un giorno senza migranti”, celebrato in varie città degli Stati Uniti il 16 febbraio, dopo la prima iniziativa di undici anni fa, con l’astensione da prestazioni e acquisti, ne quantificherà di nuovo il concorso economico.

Dagli attuali 7.3 miliardi, il pianeta arriverà a 9.7 miliardi entro il 2050. A detta di Paul Taylor, ex vice-presidente esecutivo del centro di ricerca Pew, mentre l’Europa è destinata a diminuire di circa il 4 per cento, l’Africa crescerà del doppio, da 1.2 a quasi 2.5 miliardi. La Nigeria avrà 400 milioni di persone e passerà a essere il terzo paese più grande, dopo l’India e la Cina. Nel 2050, gli africani supereranno gli europei di 3.5 volte, quando nel 1950 erano due volte gli europei. Venti milioni di persone stanno patendo una carestia senza precedenti negli ultimi decenni in Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Yemen, paesi già abbattuti da guerre intestine. L’Unione Europea di fronte a un sisma epocale, che aumenterà i movimenti migratori, non trova nulla da fare se non la perpetuazione di politiche ritrite.

Il progetto di quindici giornalisti The Migrants Files reputa che dal 2000 l’Unione Europea abbia stanziato 12.9 miliardi di euro per rimpatri e controllo delle frontiere, sviluppo di sistemi tecnologici per sorveglianza e identificazione, costruzione dei muri in Bulgaria e Marocco (quale sarebbe la differenza con Trump?), dotazione di armi a polizia di frontiera, e assistenza tecnica a regimi di vicinato anteriori e posteriori alle primavere arabe – 75 milioni a Tunisia, Egitto, Libia, Algeria e Mauritania, per impedire l’attraversamento del Mediterraneo, non tenendo conto delle implicazioni sui diritti umani. Per approdare in Europa, tramite le sette rotte migratorie individuate da Frontex, nello stesso periodo, i migranti hanno pagato quasi 16 miliardi di euro. Raggiungere l’Italia dal Corno d’Africa (Etiopia, Eritrea, Somalia) può costare dagli 800 ai 2000 euro. Un incrocio di cifre madornale e inaudito.

Le migrazioni sono un’antica attività umana, forse la nostra vera essenza, e sono sempre state uno strumento di emancipazione, mai semplice, e spesso doloroso. Questa non è una crisi temporanea che si possa amministrare con provvedimenti di corto raggio. La storia ha visto fasi di imponenti migrazioni, ma non ne aveva sinora conosciute di tale scala e rapidità. Repressione e controllo non incidono su una vicenda articolata e dinamica e le sue ragioni drammatiche e profonde.

Senza la pretesa di risolvere il problema generale, il modello di Marquardt coadiuverebbe ad affrontare le conseguenze dei diversi stadi della transizione demografica, dare una risposta di civiltà alle pressioni migratorie, e provare a ridurre il deficit inter-generazionale. E se non dovesse provocare i risultati sperati, sarebbe comunque un incubatore transnazionale – aldilà dell’introspezione parrocchiale e l’incoerenza intellettuale delle scelte correnti in politica estera, migrazioni ed economia, tra fondamentalismi vetusti e recenti, per una generazione con una coscienza politica lanciata all’immaginazione di un mondo integrato, giusto, diverso, e sicuramente migliore.

Al Wef si è inoltre dibattuto della situazione delle donne nel contesto del lavoro e le professioni del futuro. Ne fuoriesce che il quadro dell’automazione e l’intelligenza artificiale sarà propriamente devastante. Nelle tre delle principali aree in espansione, management, scienze computeristiche e matematiche, ma anche architettura e ingegneria, si registra tuttora una bassa adesione femminile con limitate prospettive di significativo aumento. Gli esperti dell’Ibm hanno ribadito il fatto che l’intelligenza artificiale creerà un numero maggiore di posizioni di quante ne distruggerà, ma le donne non si stanno approntando per la sfida.

La società di consulenza Mercer ha annunciato un declino della partecipazione nei ranghi professionali e gestionali delle imprese tecnologiche dal 31 al 34 per cento. In base alle stime di Accenture Llp, la percentuale nel comparto computeristico statunitense scenderà dal 24 al 22 per cento nella prossima decade e, se nel 1984 le studentesse di scienze informatiche costituivano il 37 per cento, oggi sono solo il 18 per cento. Per la parità, di questo passo, ci vorranno circa 170 anni, 52 in più rispetto a quanto ponderato nel 2015. Del resto, dei 33 Pionieri Tecnologi convocati al Wef, solo una era una donna.

Il ciclo non è facile da invertire. L’Università di Stanford ha osservato un regresso di immatricolazioni di studentesse in facoltà scientifiche persino negli scorsi due anni record di iscrizioni e prevede il medesimo andamento per il prossimo. Il panorama italiano è descritto nella ricerca Digital gender gap, condotta da NetConsulting cube per CA Technologies, e presentata nel 2016. Nel 70 per cento delle ditte coinvolte, la quota di donne in mansioni tecniche è inferiore al 25 per cento, percentuale che scende al 10 per la fascia dirigenziale. La disparità deriva per ampiamente oltre il 40 per cento da resistenze interne alle organizzazioni, seguite da scarsità di laureate sul mercato nelle discipline richieste e limitato interesse delle ragazze per l’information technology. E’ altrettanto vero che la presenza di donne attrae le donne e le università dovrebbero alacremente reclutare docenti di sesso femminile in queste aree. Mary Boyce, preside della Scuola di Ingegneria e Scienza Applicata dell’Università di Columbia, può vantare il 47 per cento di ammesse.

In cinquant’anni l’occupazione femminile è incrementata, la differenza salariale è diminuita e il rendimento professionale si è dimostrato superiore a quello degli uomini. Le nuove tecnologie tuttavia sono tornate a livellare il campo. Quali sono allora le barriere che allontanano le ragazze dalla preparazione tecnologica? L’antesignana di tutti i programmatori è Ada Lovelace, tra i cui appunti si rintraccia il primo algoritmo espressamente inteso per essere elaborato da una macchina, e le basi della telefonia mobile e dei sistemi informatici wireless sono state gettate da Hedy Lamarr nella prima metà degli anni ’30. Al Wef, Mel Exon dell’agenzia di pubblicità Bbh, ha parlato di una disperata ricerca di abilità ibride, e le donne sembrano essere ben piazzate nello spazio emergente fra tecnologia e comunicazione. L’indagine citata lo conferma. Rispetto ai colleghi, sono più inclini al problem solving (75 per cento degli intervistati), al multitasking (62.5), ai rapporti interpersonali e al gioco di squadra (45.8). Il 41.7 per cento, poi, ne riconosce la prevalente creatività e propensione all’innovazione.

L’Unione Europea calcola ci saranno 850 mila posti che non saranno coperti per insufficienza di perizie digitali nel 2020. E a parere di Code.org si aprirà un ulteriore milione di vacanti nella programmazione rispetto ai laureati previsti negli Stati Uniti con un costo di opportunità di 500 miliardi di dollari. Internet ha permesso a 2.5 milioni di persone di avviare business globali superando strutture tradizionali e ristrutturando interi settori. Ci sono condizioni favorevoli e, per le donne, la rivoluzione tecnologica è la frontiera odierna dell’emancipazione e l’uguaglianza. La competitività nazionale dipenderà in gran misura dalla capacità di formare in questi domini cruciali e superare il divario fra scuola e società, e dall’effettività delle corporazioni nel superamento degli ostacoli culturali discriminatori che continuano a conglobare ed esprimere.