Osservatorio Africa

di Maddalena Pezzotti

Gli africani non confidano nelle commissioni elettorali e nella qualità dei suffragi nei propri paesi. Secondo il centro di ricerca Afrobarometer, in trentasei nazioni, circa il 60% degli intervistati non pensa che le votazioni siano libere e giuste e descrivono situazioni diffuse di corruzione, controllo dei media e intimidazioni violente ai seggi. Eppure tante elezioni in Africa hanno costituito delle pietre miliari nell’evoluzione storica delle società e il raggiungimento della pace. Nelle ultime settimane in Gambia, Yahya Jammeh, saldamente al potere dal colpo di stato del 1994, dopo aver rigettato la vittoria del candidato dell’opposizione, Adama Barrow, e proclamato novanta giorni di emergenza per presunte irregolarità, è fuggito, su minaccia di un intervento militare della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, consentendo che la volontà popolare facesse il suo corso (non senza aver prima prosciugato i titoli di stato). La normalizzazione prenderà del tempo, ma il caso del Gambia potrebbe essere da traino per altre realtà, come il Camerun, l’Eritrea e il Gabon, dove sono in carica presidenti a vita. Era gambiano Pateh Sabally, il ragazzo affogato nel Canal Grande di Venezia, a cui era stato ritirato il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Secondo le statistiche del Viminale, nel 2016 sono sbarcate in Italia 181.436 persone. Oltre 4.500 hanno perso la vita nell’intento disperato di superare la distanza finale che li separava dall’Europa. Si tratta del numero più alto di sempre. Erano 153.842 nel 2015, 170.100 nel 2014, e ancora meno negli anni precedenti.   Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, a gennaio sono sopraggiunti 4.463 individui. Una cifra lievemente inferiore a quella di gennaio 2016, quando ne arrivarono 5.273. Le nazionalità di provenienza, dichiarate nel periodo 1 gennaio 2016 – 31 gennaio 2017, sono Nigeria (21%), Eritrea (11%), Guinea, Gambia e Costa d’Avorio (7%), Senegal e Mali (6%), Sudan (5%), pure se molti migranti celano questo dato. Sono soprattutto uomini (71%), con una considerevole fetta di minori non accompagnati, in continuo aumento (16%).

I nigeriani fuggono da Boko Haram, che in sette anni nel Borno ha causato 2,6 milioni di profughi e oltre 20.000 morti, e dai disastri ambientali nelle regioni del Delta e l’Edo. Gli eritrei vogliono salvarsi da un regime sanguinario, “una prigione a cielo aperto” dove il servizio militare è a durata indeterminata, equiparato a riduzione in schiavitù dalle Nazioni Unite. I guineani abbandonano una terra dove gli anni dell’emergenza ebola hanno messo in ginocchio un’economia già in forte difficoltà e bloccato ogni tipo di investimento estero. I gambiani provano a sottrarsi a vent’anni di repressione, arresti arbitrari e sparizioni di oppositori, attivisti e giornalisti. Gli ivoriani si riparano da una normalità fatta di abusi dei diritti umani, detenzioni illegali, ed esecuzioni extra-giudiziarie. I senegalesi si lasciano alle spalle una guerra per l’indipendenza che in trent’anni ha mietuto migliaia di vittime. I maliani scappano da un colpo di stato e un conflitto civile che ne hanno fatto uno dei paesi più poveri e precari a livello globale. I sudanesi cercano di scampare a una brutale guerra intestina, scoppiata sul filo di differenze etniche e politiche, per la quale gli analisti credono non ci sia immediata soluzione.

Milioni di cittadini si preparano ad andare alle urne quest’anno in Africa. Lo svolgimento democratico e trasparente di questi processi è vitale per il buon governo nel continente e la crescita economica. Dal loro esito dipenderà la possibilità per tanti di vivere e prosperare nei propri luoghi di origine, senza vedersi costretti a intraprendere la lunga, insidiosa, dolorosa, e spesso fatale, via dell’emigrazione dall’Africa Sub-sahariana alle coste del Mediterraneo.

Domani, in Somalia, si celebreranno elezioni presidenziali che vedono favorito Hassan Sheikh Mohamud tra una dozzina di aspiranti, lottizzati e sponsorizzati da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Qatar, Turchia e Sudan. Le parlamentari, annunciate nel 2012, e più volte posticipate per motivi politici e di sicurezza, sono avvenute alla fine dello scorso anno, secondo una formula che ha favorito una distribuzione fra i diversi clan, anche se non il suffragio universale (meno dello 0,2 per cento della popolazione ha scelto i deputati). Se è vero che è la prima consultazione in quasi cinquant’anni – dal colpo di stato di Siad Barre nel 1969, la guerra civile, l’occupazione delle Corti Islamiche, l’instaurazione di un governo di transizione, attentati e rappresaglie degli integralisti di Al Shabaab; è altrettanto certo che sia di una fraudolenza esasperata. Per un esercizio democratica, sembra si dovrà attendere il 2020, in quella che viene considerata la migliore delle ipotesi.

Nella seconda metà dell’anno, Paul Kagame, con il suo milione e mezzo di follower in Twitter, cercherà il secondo mandato in Ruanda, dopo il 93% di preferenze ottenuto nel 2010 (le seconde votazioni del paese dalla riforma delle istituzioni politiche). Con Kagame, il Ruanda ha vissuto una trasformazione della sua economia, un aumento dell’occupazione giovanile e riduzione della povertà, con il contraltare della restrizione della libertà di opinione e la persecuzione dei dissidenti politici. Un emendamento costituzionale del 2015 gli permette di correre non solo per il nuovo termine, ma per altri ancora, con l’eventualità che l’uomo forte più amato dalle élite globali resti al vertice fino al 2034.

Uhuru Kenyatta, premier del Kenia dal 2013, affronterà l’energica opposizione di Raila Odinga, in elezioni che coinvolgono presidente, senatori, governatori regionali, membri delle assemblee nazionali e regionali. In anni recenti, il Kenia è stato dilaniato da corruzione endemica, che ha defalcato ingenti risorse dalle casse dello stato, fallimenti di banche, scioperi nazionali di categorie professionali vitali, e mortali attacchi terroristici. Il modo in cui verranno condotte determinerà il mantenimento di un sistema fragile o lo scoppio di nuove polarizzazioni e violenze.

José Eduardo dos Santos ha annunciato di non presentarsi alla prossima tornata elettorale in Angola (la quarta dall’indipendenza dal Portogallo nel 1975) e il Movimento di Liberazione Popolare dell’Angola, il cui segretario in caso di vittoria diverrebbe automaticamente presidente, ha designato João Lourenco. L’Angola rimane soggiogata da un partito di stato, retto dalla famiglia dos Santos, che per quarant’anni ha affastellato ricchezze e potere. Tuttavia, la caduta del prezzo del greggio, e la diminuzione del commercio estero, hanno scosso l’economia, provocando discontento. Queste votazioni saranno un test di maturità per la democrazia e la legittimità del governo.

Ellen Johnson-Sirleaf passerà il testimone in Liberia dopo dieci anni, essendo la prima donna presidente in Africa, vincitrice del Premio Nobel per la Pace, e paladina della libertà di informazione. Johnson-Sirleaf ha affrontato la prova della ricostruzione di un paese devastato prima dalla guerra e poi dalla crisi dell’ebola. Alle presidenziali e legislative concorreranno ventidue partiti politici. I due principali contendenti sono George Weah, ex-calciatore del AC Milan e senatore, che si era presentato contro Johnson-Sirleaf; e Jewel Howard-Taylor, ex-moglie del già presidente e signore della guerra Charles Taylor, senatrice, reputata la seconda donna più potente della politica liberiana. Il nuovo, o la nuova, presidente dovrà gestire un’economia abbattuta dalla svalutazione delle materie prime.

Joseph Kabila potrebbe uscire di scena nella Repubblica Democratica del Congo per effetto di un accordo fra il governo e l’opposizione, arrivato all’indomani di efferate proteste e arresti, al termine del suo secondo mandato costituzionale. Un governo tecnico navigherà il paese attraverso la registrazione dei votanti e quello che potrebbe essere il primo pacifico passaggio di potere dall’indipendenza del 1960. Moise Katumbi, politico di grande notorietà e membro dell’opposizione, è il candidato che dovrebbe succedere alla presidenza. Dalla guerra civile che si estese dal 1994 al 2003 e causò cinque milioni di morti, persistono instabilità politiche, umanitarie ed economiche.

Con almeno tre anni di ritardo, e un’irreparabile perdita di credibilità, il 3 febbraio, i capi di stato dell’Unione Europea si sono riuniti a Malta per trattare il tema dei migranti e la chiusura della rotta libica. Le proposte sul tavolo hanno incluso la creazione di capacità della guardia costiera locale per osteggiare l’attività criminale dei trafficanti e salvare vite umane, l’intensificazione della presenza militare in acque internazionali, il rimpatrio dei non aventi diritto allo status di rifugiato, o a misure di protezione a fine umanitario, e migliorate condizioni di sussistenza per i richiedenti asilo, durante l’impervio iter burocratico delle domande. Dal canto suo, l’Italia ha ottenuto l’avvallo europeo al memorandum, sottoscritto il 2 febbraio, con il capo del vacillante governo di unità nazionale, Fayez al Sarraj, costituitosi in Libia con un artificio della comunità internazionale (e che controlla solo una parte del territorio), per il rafforzamento delle frontiere in contrasto all’immigrazione clandestina e l’ammodernamento della flotta libica.

Uno scopo angusto rispetto alle sfide dell’Africa e l’approccio sistemico da applicare al fenomeno migratorio da parte di una grande organizzazione come l’Europa. L’Unione appare più preoccupata di dare sostegno a operazioni militari e forze di polizia come sbarramento alle migrazioni, piuttosto che offrire soccorso a coloro che cercano riparo da guerre, violenze, persecuzioni, povertà estrema, e conseguenze di cambiamenti climatici e sfruttamento di risorse ambientali, in primis la terra e l’acqua. Tanto per cominciare, la Commissione non dovrebbe prevedere accordi bilaterali – e men si dica trasferimenti diretti di risorse, con regimi antidemocratici che violano in maniera ricorrente i diritti umani, né nell’ambito delle strategie economico-commerciali, né per circoscrivere l’ingresso di migranti, come ipocritamente avviene. E una politica estera europea che non si riduca a un posticino in una goffa fotografia per la stampa dovrebbe includere programmi di cooperazione mirati a risultati, di cui non siamo ancora testimoni, per garantire istituzioni democratiche, stato di diritto, inclusione e sviluppo, nei paesi di provenienza.

L’Italia ha lanciato il Fondo per l’Africa, previsto dalla legge di bilancio 11 novembre 2016 n. 232 che istituisce “nello stato di previsione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, un fondo con una dotazione finanziaria di 200 milioni di euro per l’anno 2017, per interventi straordinari volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie”. Nonostante appaia come un contributo per prevenire, o avversare, le cause delle migrazioni umane, nella tabella 6 allegata, e approvata dal parlamento, lo stanziamento viene destinato alla direzione generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie, sotto la voce “181 – gestione fenomeni migratori”, svuotando di significato le premesse del Fondo. Inoltre, l’atto di indirizzo per garantirne migliore efficacia, sardonicamente a firma dello stesso titolare della Farnesina, esplicita che le sue finalità sono quelle del controllo e del contenimento dell’immigrazione, mediante “formazione delle autorità di frontiera e giudiziarie africane, acquisto di strumentazioni per il controllo e la prevenzione dei flussi di migranti, aggiornamento e digitalizzazione dei registri di stato civile, rimpatri assistiti dai paesi di transito a quelli di origine, campagne informative sul rischio migratorio”. Beneficiarie sono quelle nazioni che possono fare da argine, in particolare Libia, Tunisia e Niger, e coinvolge le amministrazioni di interno e difesa. Un Fondo per l’Africa, dunque, senza Africa.

Ritorno al futuro. Il processo di pace israelo-palestinese.

di Maddalena Pezzotti

La Conferenza di Parigi sul Vicino Oriente del 15 gennaio non ha prodotto esiti storici, o almeno costruttivi, nel rilancio del dialogo fra Israele e Palestina. Nel limbo del processo di pace, l’erosione del capitale diplomatico, la recrudescenza fondamentalista di Israele, e la frammentazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sono le voci di coloro che la pace la costruiscono giorno per giorno, lontano dai riflettori, a essere fonte di ispirazione e speranza.

Izzeldin Abuelaish, cresciuto nel campo rifugiati di Jabalia, è celebre come “il medico di Gaza”. Specialista in diagnosi e terapia dell’infertilità, ha lavorato in istituti ospedalieri israeliani, aiutando donne ebree e musulmane a dare alla luce, e ha attraversato tutte le barriere fisiche e intangibili dei territori occupati, durante la sua attività medica e umanitaria per la salute pubblica, l’educazione sanitaria femminile e la convivenza pacifica. Autore di I Shall Not Hate, pubblicato da Vintage Canada, Abuelaish ha perso tre figlie e una nipote quando un carro armato israeliano ha colpito la sua casa nel 2009. Campione della riconciliazione, e vincitore di premi internazionali, reputa che i medici possano fungere da messaggeri di pace e costruire ponti fra popoli in conflitto. Ha fondato Daughters for Life che assegna borse di studio a ragazze, indipendentemente da confessione, musulmana, ebrea, cristiana, e nazionalità, palestinese, israeliana, affinché possano esprimere il proprio potenziale.

MP: A luglio, Hamas ha annunciato la sua adesione alle elezioni municipali promosse dalla ANP. La fine del boicottaggio, scaturito dal successo con il 44 per cento dei voti e 74 seggi alla camera al suffragio generale, avviene in seguito allo sfiancamento di Hamas in Cisgiordania, indotto negli scorsi due anni dalla ANP, con il fiancheggiamento dell’esercito israeliano. Pianificate per ottobre del 2016, le elezioni sono state posticipate dalla Corte Suprema. Pensi che, se mai avrà luogo, questa tornata elettorale potrebbe scuotere il radicato settarismo, originando, con un cambio di leadership, lo slancio necessario per le invocate elezioni parlamentari e presidenziali?

IA: L’agenda della ANP è legata all’andamento del processo di pace con Israele e i cambiamenti negli equilibri globali. Non si può separare dal contesto. L’assenso di Hamas alle elezioni è la battuta iniziale [Organizzazione politica e militare, fondata nel 1987 come braccio armato dei Fratelli Musulmani e considerata terrorista da Unione Europea e Stati Uniti, fra altri; le sue milizie sono fuorilegge in Palestina dal 2007 per decreto presidenziale. Ndr]. D’altra parte, la volontà dei cittadini non va mai sottostimata e i politici devono saperne servire i bisogni e rispondere alla domanda di partecipazione civile. Il libero voto è basilare per mantenere la stabilità. Non ne abbiamo goduto ormai da troppo tempo e riguarda il nostro futuro. Purtroppo la polarizzazione politica è diventata più importante delle persone stesse che ne rimangono ostaggio. Le elezioni devono avvenire con un urgenza, poiché ci renderanno forti sia internamente sia esternamente [Le amministrative e presidenziali risalgono al 2005 e quelle legislative al 2006. Il mandato presidenziale scaduto nel 2009 è stato unilateralmente prorogato. Ndr]. La loro attuazione è però influenzata dalla pressione dell’occupazione israeliana e qualsiasi governo che venga eletto non potrà agire in autonomia. Il mondo ha la responsabilità di garantire al popolo palestinese il diritto al voto, ma soprattutto le condizioni affinché i rappresentanti eletti possano svolgere le loro funzioni in libertà, altrimenti sarà un esercizio senza senso.

MP: I palestinesi ritengono che la ricostruzione a Gaza dopo l’“Operazione Margine di Protezione” di Israele nel 2014 sia stata lenta e che la disoccupazione sia al momento la problematica maggiore per i territori. La disaffezione per il governo in Cisgiordania e Gaza, evidente nei sondaggi, potrebbe essere arginata con una performance locale effettiva, in ambito economico e occupazionale, nella lotta alla corruzione, e il rafforzamento della sicurezza. Secondo te, le elezioni municipali vengono utilizzate per puntellare l’azione dell’esecutivo in sostituzione delle disattese riforme a livello centrale? In altre parole, osservi una sufficiente preoccupazione per un riassetto della stagnazione politica?

IA: In tutti i conflitti sono le persone comuni quelle che pagano il prezzo. A Gaza ci sono due milioni di abitanti, il 50 per cento è composto da giovani e bambini. La ANP non può non contrastare la stagnazione esistente, perché la gente tiene testa quotidianamente a privazioni vitali. Si tratta di una tragedia umana. Ci sono ancora senza tetto. E la salute mentale? E lo stato del cuore? Un’intera popolazione sta affogando. Non va dimenticato che la distruzione è conseguenza dell’occupazione e questo è il principale status quo che deve essere infranto.

MP: In agosto, le forze di sicurezza dell’autorità palestinese (PASF, per la loro sigla in inglese) hanno ucciso Ahmed Halawa – agente di polizia di lunga data nell’apparato responsabile della propria morte e veterano della Brigata dei Martiri di al-Aqsa, tramite una ingente operazione. Braccio armato dormiente di al-Fatah, anima della ANP, la Brigata è, in molti casi, meglio equipaggiata delle PASF e, dal punto di vista della ANP, si starebbe profilando una minaccia interna. Si potrebbe affermare che la stabilità dipenda da come venga gestita questa incipiente guerra civile?

IA: Nessuno può fare della legge un uso personale e tutti devono avere accesso a un equo processo. Vogliamo ordine e giustizia, ma esigiamo pure onestà e una libera circolazione di informazione. Dobbiamo agire con verità, essere congruenti con le nostre azioni, e lasciarci guidare unicamente dai fatti. Una riconciliazione è impellente. Con tutto ciò, non parlerei di guerra civile in Cisgiordania. I palestinesi hanno imparato dai propri errori. L’obiettivo è uno: essere coesi. L’unità di al-Fatah è la nostra forza. E’ stato l’incubatore del popolo palestinese e continua a essere la nostra famiglia. L’instabilità in Cisgiordania deriva dall’occupazione. Nell’area A, corrispondente al 17 per cento del territorio, dove vive il 55 per cento della popolazione palestinese, la ANP ha il controllo dell’amministrazione e la sicurezza, ma i carri armati israeliani possono fare irruzione in qualsiasi momento e catturare chi vogliano. Persino il presidente Abbas deve avere un salvacondotto per muoversi da un’area all’altra. [Per effetto degli Accordi di Oslo del 1993, la Cisgiordania è divisa in tre aree. Nella B, 24 per cento del territorio, 41 per cento della popolazione, l’amministrazione è palestinese, ma il controllo israeliano. Nella C, 59 per cento del territorio, 4 per cento della popolazione, amministrazione e controllo sono israeliani. Ndr].

MP: Informative documentano la pressione esercitata su Mahmoud Abbas, da Egitto, Giordania, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ai fini di una riconciliazione con Dahlan, già alto funzionario di al-Fatah a Gaza, in esilio per uno scontro con Abbas. Alacre nell’orchestrazione del proprio rientro, grazie a connessioni americane e israeliane e conquibus dal golfo arabo, Dahlan ha iniettato risorse nei campi rifugiati, e altre località marginalizzate, per incrementare la propria influenza come potenziale successore di Abbas. A sua volta, la ANP ha agito con durezza nei confronti di membri del suo entourage, espellendoli da al-Fatah e PASF. La ANP ha ragione a supporre che si stia costituendo una sfida politica?

IA: Lancio un appello a tutti i leader per riaggregare la Palestina. E’ una vergogna mantenere o fomentare divisioni nel nostro popolo. Il primo stadio verso qualsivoglia grado di riconciliazione è una al-Fatah con mete chiare e membri affidabili [Organizzazione politica e para-militare, creata nel 1961 da una formazione di attivisti e intellettuali, fra cui spicca Yaser Arafat. Di impostazione laica e politicamente di sinistra, ha guidato la resistenza del popolo palestinese per cinquant’anni. Ndr]. Si potrà poi lavorare su un governo di unità nazionale.

MP: Israele indennizzerà con 20 milioni di dollari i cittadini turchi che hanno perso la vita nel raid contro la flotta Mavi Marmara nel 2010, autorizzerà l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza attraverso il porto di Ashdod, e consentirà che la Turchia sostenga progetti di infrastruttura, fra cui un ospedale, una centrale elettrica, e una pianta di desalinizzazione. In cambio, la Turchia non proseguirà la querela legale ai danni degli ufficiali israeliani accusati delle uccisioni, fermerà Hamas dal lanciare o finanziare operazioni terroristiche entro i propri confini, e assicurerà il ritorno di civili e militari trattenuti a Gaza. Le sezioni del patto collegate ad Hamas sono spinose. Le condizioni a Gaza non sono migliorate dall’ultima guerra, che né Israele né Hamas sono stati in grado di evitare o arrestare, e in tempi recenti sono scoppiati ostilità ogni due anni. La relazione decennale coltivata da Erdogan con Khaled Meshaal, ai vertici di Hamas, sarà un vantaggio o un ostacolo?

IA: Molti paesi hanno contestato le violazioni del diritto internazionale e umanitario del blocco della Striscia di Gaza e hanno cercato forme per non lasciare che la gente morisse. Il mondo intero lo rigetta, ne ha visto il volto umano. [Blocco terrestre, aereo e marittimo, dell’entrata di merci e aiuti nell’area della Striscia di Gaza, imposto da Israele ed Egitto dal 2007, in risposta alla presa di potere di Hamas con la Battaglia di Gaza. Il blocco viola la Risoluzione 1860 dell’Onu del 2009. Ndr]. La Turchia ha saputo trovare una via pacifica alle tensioni con Israele, con un’intesa sulla ricostruzione e credo che saremo testimoni di sviluppi positivi.

MP: Alla conferenza annuale di Herzliya alla fine di giugno, Ehud Barak, ex-premier e ministro della difesa di Netanyahu in una precedente coalizione, ha stroncato il Likud per aver messo Israele “nelle mani di fanatici” che stanno soffocando l’autonomia giudiziaria e il dibattito culturale e sociale. Moderato quando le circostanze lo richiedano, Netanyahu è a capo del governo più a destra della storia del paese. Ti trovi d’accordo con quanti asseriscono che stia realizzando il sogno da tempo coltivato di soppiantare l’aristocrazia laica israeliana con una classe politica nazionalista e fondamentalista e proseguire la colonizzazione della Cisgiordania fino a che il “Grande Israele” sia un fatto compiuto?

IA: La mappa politica di Israele si muove drammaticamente verso una destra autoritaria. L’arroganza della sua avanzata è una pesante provocazione, ma Netanyahu non è un uomo di pace. Gli arabi israeliani hanno dato una prova magistrale di civismo partecipando in massa alle elezioni. Il governo ha interpretato il gesto come un attacco, senza comprendere che uno stato non può dirsi democratico se lo è solo per un gruppo etnico e che l’unilateralità in democrazia non è mai un indice di buona salute.

MP: Nessuno come Shimon Peres, scomparso a settembre, ha cambiato il corso di Israele in tante e tali aree come la difesa, il potere nucleare, l’economia, il commercio regionale, e il processo di pace. Sono note le sue parole sul valore della vita umana, ma è anche colui che ha permesso l’espansione degli insediamenti nella metà degli anni ’70. Quando poi, negli anni ’90, l’opinione pubblica internazionale si è volta a sfavore dell’occupazione di Israele, ne è divenuto il loro principale oppositore, agevolando un colloquio diretto con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina per ridurre la presenza israeliana in Cisgiordania e Gaza. I suoi sforzi si sono tradotti in risultati concreti?

IA: Peres ha raggiunto molti traguardi, peraltro gli insediamenti perdurano, e hanno continuato a diffondersi, tanto con governi di destra quanto di sinistra. Il punto essenziale è che sono illegali e da qui nasce la loro insicurezza e instabilità. Israele non avrà mai pace se non riversa la corrente ed edifica la propria prosperità sulla giustizia. Gli indicatori della pace e della sicurezza sono l’uguaglianza dei cittadini, la distribuzione equa dei beni e dei benefici, il mantenimento di relazioni amichevoli con i paesi confinanti. Il comando mantenuto con la paura, l’ingordigia di risorse, l’aggressione territoriale e fisica non rientrano nell’equazione. Non si è dato il passo della solidarietà, della condivisione, della maturità politica. Il traguardo a cui aspiriamo è congelato negli Accordi di Oslo.

MP: La forbice della povertà in Israele è tra le più estese in occidente, specialmente per il 20 per cento di arabi musulmani e cristiani di nazionalità israeliana, oltretutto soggetti a coercizioni dei diritti politici. Tuttavia, ricerche mostrano un congruo declino, dal 26.1 per cento nel 1998 all’attuale 14.3, nell’assimilazione di Israele a uno stato democratico, da parte dei giovani ebrei israeliani. Ci sarebbero elementi, pur embrionici, per rivitalizzare l’idea dello stato liberale di David Ben-Gurion, Abba Eban, Golda Meir, e Yitzhak Rabin, o l’élite socialista Ashkenazi? Che ruolo possono giocare i giovani ebrei israeliani nel sovvertimento delle inclinazioni del governo verso l’autoritarismo tribale?

IA: Israele è una grande nazione. Eccelle in diverse branche della scienza, della tecnologia, della medicina. Eppure il risultato più insigne per qualsiasi paese è la pace. Israele deve investire nelle relazioni umane e interrompere la catena della violenza e le divisioni. I suoi giovani stanno lanciando un grido di allarme. Per essere colto, in ogni caso, è indispensabile una compagine politica, ideologa e accademica di rilievo.

MP: La metà dei bambini israeliani in età pre-scolare proviene da famiglie di confessione musulmana o ebrea ultra-ortodossa. Ciò nondimeno, mentre il tasso di fecondità dei musulmani è approssimativamente il medesimo di quello degli ebrei moderati, ovvero 3 figli per coppia; gli ebrei ultra-ortodossi toccano lo sbalorditivo tasso di 7.7 figli per coppia. Nel tempo, dunque, la popolazione fondamentalista, diventerà un coefficiente determinante per la politica e la società israeliane, e il suo esercito nazionale. Nel 1990, il 2.5 per cento dei candidati a posizioni di ufficiale si auto-identificava come “religioso”; nel 2008, il dato era salito al 26. Questa impennata è notevole in quanto l’integralismo religioso tende ad accompagnarsi con attitudini che indeboliscono la democrazia. Israele è condannato a un incalzante etno-nazionalismo?

IA: Gli israeliani vorrebbero farne un conflitto religioso e i coloni ultra-ortodossi servono allo scopo, ma con un effetto boomerang si stanno distorcendo i contrappesi domestici. La disputa resta territoriale, da un lato c’è un occupante e dall’altro un occupato. La religione dovrebbe essere una faccenda personale, non un’arma di stato. Israele ha sempre prestato un’enorme attenzione alla propria crescita demografica. La procreazione in vitro viene addirittura finanziata dallo stato come parte dell’assistenza medica nazionale alle famiglie. Per queste nuove generazioni bisognerebbe seminare un futuro di pace.

MP: In un rilevamento del 2014, alla domanda sull’opportunità di un’uguaglianza di diritti fra ebrei e musulmani, ha risposto positivamente poco oltre la metà degli ebrei “tradizionalisti”, un terzo degli ebrei “religiosi”, e il 28 per cento degli Haredi. Tra il 55 e il 58 per cento degli intervistati ortodossi ha riferito che i soldati, ai quali venga ordinato lo smantellamento degli insediamenti, hanno la libertà di disobbedire. Yitzhak Rabin è stato assassinato per aver formulato l’ipotesi e lo spettro di una guerra intestina è costantemente in agguato. Con grossomodo un terzo dei coloni appartenente alla fazione Haredi, è remoto un ritiro di Israele dalla Cisgiordania?

IA: Gli insediamenti sono illeciti. La loro durata non ne modifica la natura giuridica. [Secondo l’art. 49.6 della Quarta Convenzione di Ginevra “La potenza occupante non potrà mai procedere alla deportazione o trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato”. E l’art. 8.2, b, VIII, dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale qualifica “il trasferimento, diretto o indiretto, da parte di una potenza occupante, di una parte della propria popolazione civile, sul territorio da essa occupato” come un crimine di guerra. Un pronunciamento della Corte Suprema di Israele del 2005 ha sentenziato che né la Cisgiordania né la Striscia di Gaza fanno parte del territorio nazionale. Ndr]. Gli Haredi sono un gruppo di interesse. Se gli insediamenti nel Sinai sono stati definitivamente sgombrati [1982, ndr], questo può avvenire anche per la Cisgiordania. La terra va restituita ai legittimi proprietari.

MP: La soluzione “due popoli, due stati”, auspicata da Obama, non si è materializzata durante il suo duplice mandato. Nonostante le aspettative, tantomeno si è concepita alcuna decisione del Consiglio di Sicurezza che ne contenga il principio, rimpiazzando la Risoluzione 242 del 1967, o un piano per progredire in questa direzione. Obama l’unico titolare della Casa Bianca, in quarant’anni, a non aver raggiunto nulla di sostanziale, a eccezione del colpo di coda, di una serie di astuti tentativi di storicizzare la propria presidenza, dell’astensione Usa nella votazione di una risoluzione che sancisce l’illegittimità degli insediamenti israeliani in Cisgiordania (la stessa amministrazione Obama aveva vetato un’analoga risoluzione nel 2011 e impedito ad Abbas di ottenere il riconoscimento dell’Onu dello stato della Palestina nel 2012). A tuo parere, per quale motivo la comunità internazionale, e la Lega Araba, si sono tenute ai margini? La soluzione “due popoli, due stati” è arrivata al capolinea?

IA: C’è stata una mancanza di volontà degli Stati Uniti. In politica estera, Obama ha applicato un doppio standard e calcoli politici personali. Malgrado ciò la validità della soluzione non è decaduta. Le negoziazioni dirette si sono dimostrate un fallimento, per questo è critico l’accompagnamento di una piattaforma internazionale. In un mondo dove la violenza è una realtà endemica e le primavere arabe largamente inconcluse, il suo impatto beneficerà la stabilità globale.

MP: Un’indagine del centro di ricerca Pew rivela che il 57 per cento dei giovani statunitensi “liberali democratici” simpatizza per la causa palestinese (la stessa denota che sono i giovani democratici quelli che si definiscono liberali). Persino fra gli ebrei, la connessione con Israele si va allentando, riflettendo un vasto trend giovanile verso l’agnosticismo, con uno su cinque che valuta l’appoggio politico a Israele come un elemento essenziale della propria identità. Sappiamo che Trump sta con i finanzieri di Wall Street che assecondano la linea di Netanyahu, con cui si allinea la fronda conservatrice, e il suo proprio genero Jared Kushner, consigliere senior alla Casa Bianca, nipote di sopravvissuti dell’olocausto, immigrati dalla Bielorussia. E’ plausibile pensare che il considerevole segmento accertato dall’indagine, a medio e lungo termine, riuscirà a influenzare la politica estera degli Stati Uniti?

IA: Io sono palestinese. Sono leale al Canada, dove vivo e lavoro. Sono anche leale all’idea di umanità e pace. La nostra lealtà deve essere più ampia della nostra nazionalità e dobbiamo alzare la voce davanti agli arbitri. Sia abbracciando, sia allontanandosi, da Israele, gli ebrei statunitensi non devono farlo con miopia. Riguardo a Trump, Gerusalemme è la capitale dei tre monoteismi, ma è anche la capitale dei territori occupati. [L’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele ha dichiarato di voler lavorare “nella capitale eterna di Israele, Gerusalemme”. Gerusalemme, capitale di Israele secondo la Legge Fondamentale del 1980, non è accreditata come tale dal Consiglio di Sicurezza e non vi sono ambasciate di alcun stato. Ndr]. Su questo non si può transigere. Lungo la strada dell’intimidazione e dell’antagonismo, e del crescendo della violenza, non aiuterà nemmeno Israele. [L’ottobre passato, l’Italia, con il presidente del consiglio dei ministri alla Farnesina, non ha patrocinato una risoluzione dell’Unesco, comunque approvata, per la tutela “del patrimonio culturale della Palestina e il carattere distintivo di Gerusalemme Est” che prevede che i luoghi santi della Città Vecchia vengano segnalati con il nome arabo. Ndr].

L’intervista è stata tradotta ed editata dall’autrice dell’articolo.

Giornata della Memoria, un antidoto sempre meno efficace

di Niccolò Rinaldi

Concorsi nelle scuole, visite con viaggi fin nei campi di sterminio, mostre, spettacoli teatrali e concerti, presentazioni di libri, manifestazioni sportive, discorsi ufficiali: la varietà non manca nella celebrazione della Giornata della Memoria che ha caratterizzato la scorsa settimana e ancora questi giorni, in Italia come nel resto d’Europa.

Tanta inventiva dovrebbe evitare la noia della ripetitività e declina le inesauribili possibilità di come raccontare la più atroce delle storie europee e dell’umanità. Così facendo, la Giornata della Memoria sarebbe diventata addirittura un fenomeno di moda, l’appuntamento da non perdere.

Una data venerata, forse il sintomo che ancora si deve fare i conti con quella caduta irreparabile della moralità europea e con un “non credere ai propri occhi” al cospetto di una vicenda fin troppo reale ma inimmaginabile per modalità e numeri. Vorrà pur dire qualcosa che negli ultimi venti anni sono stati pubblicati più libri sulla Shoah che non nei cinquanta anni precedenti, quando la ferita era ancora più aperta e i sopravvissuti assai più numerosi.

Avanti col ricordo, dunque. Anche se con un tale attivismo, il rischio della confusione è ricorrente, e tra le pieghe dei programmi si trovano accostamenti improbabili, abusi della parola “genocidio” applicata con faciloneria ad altri contesti, perfino strumentalizzazioni in chiave velatamente anti-semita.

Ma in tanto commemorare, è sfuggito il vero dato del 27 gennaio: secondo un sondaggio Swg, realizzato con interviste tra il 12 e il 20 gennaio, giorni della massima esposizione mediatica della ricorrenza, il numero gli italiani che considerano che la Giornata della Memoria “non serve più a nulla” è passato dall’11% del 2014 al 23% di quest’anno. Si fanno largo scetticismo, fastidio o addirittura ostilità. Al cospetto degli sforzi profusi, un vero fallimento – ricordare non serve più.

Oppure ricordiamo male, dimostrandoci troppo permissivi con le nostre responsabilità, mettendole al riparo della partecipazione alla Giornata della Memoria, un biglietto annuale per ripulirsi la coscienza. Mentre molti antisemiti italiani che portarono alle leggi razziali furono poi premiati e continuano a essere oggetto di riverenze – gli si intitolano scuole, strade, policlinici, tanto, secondo una certa vulgata, fecero tutto i nazisti.

(Detto per inciso: altrove non va meglio. È paradossale che il Museo dell’Olocausto di Washington continua a essere uno dei dieci musei americani più visitati – ma in passato lo era ancora di più – in un paese che oggi pare ignorante non dico della solidarietà, ma anche della sua storia nazionale.)

A oltre quindici anni della sua istituzione, una valutazione ex-post si impone: la memoria della Shoah è un antidoto doveroso ma non sufficiente. Non lo fu nel 1994, quando l’Europa assistette inerme al genocidio dei tutsi (la casa editrice Giuntina, specializzata sulla letteratura dell’olocausto, ha pubblicato “Shoah e Ruanda, due lezioni parallele”, che ricolloca non a settanta anni fa ma in un passato recentissimo le “amnesie” e le vulnerabilità europee alle perse con un genocidio).

Non lo è oggi, quando un antisemitismo strisciante o anche esplicito, torna alla ribalta negli stadi (impunito), nelle barzellette disgustose, nei blog, o nel relativizzare aggressioni. Sullo sfondo, ci rimette anche il progetto di un’Europa unita. Perché ritengo che esista un rapporto diretto tra stanchezza della memoria della Shoah e stanchezza del progetto di unione politica europea: venendo meno la prima vera memoria condivisa europea, viene meno anche il futuro.

Ma allora, ci si chiede, a cosa serve? Parafrasando Fortini, ebreo fiorentino, il ricordo forse non muta nulla. Nulla è sicuro. Ma ricorda.