TRUMP, QUALE TYCOON?

di Alessandro Tapparini

La Casa Bianca licenzia il ministro della giustizia e la sostituisce con la Boente (procuratore del distretto orientale Virginia, in carica fino a che il nuovo ministro Jeff Sessions non sarà confermato dal Senato, ndr):ci dobbiamo aspettare un’amministrazione commissionata ad oltranza o il nuovo potus saprà trovare nuovi equilibri?
Sally Yates era Vice Ministro della Giustizia nel governo presieduto da Barack Obama e – fino a poche ore fa – era “facente funzione pro tempore” come Ministro su invito di Trump, in attesa della conferma da parte del Senato della nomina del “vero” nuovo ministro della Giustizia, Jeff Sessions. La sua nomina era politica, non tecnica. E in ogni caso destinata ad uscire di scena fra pochi giorni. E’ naturale e fisiologico, oltre che legittimo, che la sua presa di posizione conduca ad una accelerazione della sua uscita di scena. Avrebbe potuto dimettersi lei, ha preferito invece una presa di posizione più eclatante. Più che quella di “nuovi equilibri” la prospettiva è quella di un completamento della transizione al nuovo governo. Ma il clima resterà di forte contrasto tra governo e opposizione.

E’ caos negli aeroporti, fioccano già i primi ricorsi destinati a diventare migliaia; universale è la condanna verso la stupidità ed inutilità del bando. Quale credibilità potrà spendere la comunicazione del tycoon per poterlo vantare, al netto della coerenza?
L’Ordine Esecutivo ha una durata di soli tre mesi. Sul piano concreto conta più ciò che verrà dopo. In questo senso trovo opportuno valutarlo soprattutto come atto di propaganda, che come atto di governo. Non a caso tutti i resoconti ne attribuiscono la paternità a Steve Bannon che di Trump è il braccio destro proprio sul piano della propaganda e della comunicazione (come Karl Rove lo era per George W. Bush e David Axelrod per Obama). Anche per questo il provvedimento è stato elaborato con poca competenza sotto il profilo giuridico (vedasi la marcia indietro rispetto ai possessori della “green card”). Ora, se lo valutiamo per ciò che è – cioè un atto di natura prevalentemente propagandistica – dobbiamo vedere ciò che abbiamo sotto gli occhi non ciò che troveremmo più giusto o più bello. Di fatto, la condanna contro il cosiddetto bando non è in realtà “universale”. E’ vasta, ed è venuta un po’ da ogni dove, ma non è unanime. Sia negli Stati Uniti che in Europa si registrano in realtà anche ondate di consensi a favore di questa misura. Non bisogna sottovalutare questa realtà, se si desidera comprendere il senso di questa presa di posizione. In questi giorni Trump ha preso una serie di posizioni tutte univocamente volte a compiacere chi l’ha votato, e a far scendere in piazza chi gli è ostile. Se questa mossa sia scaltra o scellerata lo potremo dire fra qualche mese.

I colossi dell’imprenditoria (Starbucks Google Airbnb …) e la Sylicon Valley offrono iniziative di contrasto all’editto di Donald; ritieni che siano iniziative isolate o c’è un corporate interno che rischia di diventare il peggiore nemico del presidente imprenditore?
Come ho detto, il “bando” presidenziale ha vita breve (tre mesi) e natura eminentemente propagandistica. Le “iniziative di contrasto” poste in essere da alcune grandi imprese vanno a loro volta lette in quest’ottica. L’iniziativa di Trump ha mosso molti dissensi e le persone scese in piazza sono tutte potenziali clienti per Google, per Amazon, per Starbucks. Non dobbiamo pensare che ai grandi imprenditori convenga sempre evitare certe prese di posizione. Nel 2012 il CEO della catena di fast food “Chick-fil-A” si espresse contro i matrimoni omosessuali. Il movimento LGBT invitò a boicottare i suoi ristoranti, ma molta gente lo ritenne eccessivo e cominciò ad andare a mangiare lì per solidarietà. Alla fine gli incassi di quella catena aumentarono del 12%, 4 miliardi e mezzo di dollari. Oggi, a parti politiche invertite, c’è chi sacrosantamente si fa i suoi conti.

In dieci giorni di governo Donald Trump è riuscito a fare quello che dai tempi dell’agonia di Nixon non si vedeva: la mobilitazione dei cittadini può riuscire a delegittimare un presidente più del partito oppositore?
La mobilitazione dei cittadini non è certo una sorpresa. Prendiamo in considerazione la possibilità che Trump e Bannon la avessero preventivata e considerata non controproducente. In fondo si tratta pur sempre di una mobilitazione totalmente reattiva: la gente scende in piazza su ciò che Trump e Bannon ritengono opportuno che ciò avvenga. La “agenda setting” è totalmente in mano alla Casa Bianca. Reazioni di dissenso troppo scomposte potrebbero persino giovare al presidente: è un rischio da non sottovalutare.

Da uno sondaggio di ieri sembrerebbe che oltre il 51% degli americani non approva i primi act di Trump: non rischia di perdere subito fiato la suggestione dell’ “America first”?
Il dissenso che i sondaggi stanno registrando, per ora, non è affatto enorme. L’entità della porzione di opinione pubblica che appare disposta a schierarsi con Trump non risulta granchè inferiore a quella della porzione di opinione pubblica che sta esprimendo disapprovazione. Consideriamo che già prima della drammatizzazione degli ultimi giorni il tasso di impopolarità di Trump era comunque vertiginosamente elevato per un presidente appena entrato in carica. Obama sfondò il tetto del 50% di impopolarità dopo 579 giorni, George W. Bush dopo 1205. Trump partiva già così il primo giorno. In un certo senso, aveva davvero poco da perdere: non c’era nessuna “luna di miele” da compromettere.

SENTENZA JOB ACT, CONDANNA O ASSOLUZIONE?

Umberto Romagnoli, Ordinario di Diritto del Lavoro presso l’Università di Bologna, ha svolto un’ininterrotta attività di ricerca sul diritto positivo. Condirettore della Rivista trimestrale “Diritto e procedura civile”, fondatore della rivista Lavoro e diritto, ha ricevuto diverse lauree Honoris Causa da prestigiosi atenei (Castilla La Mancha, Buenos Aires e la Cattolica del Perù).

 

La Consulta ha dichiarato inammissibile il referendum sull’Art.18, secondo Lei può essere intervenuto un margine politico oltre le considerazioni costituzionali? Il quesito sull’art 18 conteneva effettivamente un carattere surrettiziamente propositivo e manipolato”?

La formulazione del quesito referendario era consapevolmente a rischio di bocciatura ad opera della Corte.
Ma la sfida è stata valutata meno inquietante di quella che avrebbe sicuramente provocato un referendum seccamente abrogativo delle discipline del licenziamento contenute nella legge Monti-Fornero e nel decreto attuativo della legge delega denominata Jobs Act. Chiederne la mera abrogazione equivale infatti a sganciare il ritorno all’originaria tutela statutaria da qualsiasi riferimento alla consistenza occupazionale dell’azienda cui appartiene il lavoratore licenziato. Una richiesta del genere pertanto sarebbe viziata da un intransigente massimalismo, ossia da una linea politica distante anni-luce dal gradualismo riformista inscritto nel codice genetico della Cgil che ha promosso l’iniziativa referendaria. Quest’ultima infatti non se l’è sentita di affrontare una campagna referendaria come quella (peraltro perdente) condotta una dozzina di anni fa da formazioni politiche dell’estrema sinistra a favore dell’estensione A TUTTI I DIPENDENTI della tutela statutaria contro il licenziamento. In questa maniera però il referendum era difettoso: mirava non solo e non tanto a creare un vuoto regolativo quanto piuttosto a sostituire il segmento normativo riguardante il livello occupazionale minimo (più di 15) con uno nuovo (più di 5). Viceversa, al legislatore popolare è consentito soltanto l’uso di forbici. Stavolta, l’uso non è stato ritenuto sapiente; come accadde in occasione del referendum del 1995, il cui esito ha portato ad una riscrittura dell’art. 19 st. lav. che ne ha rovesciato persino la ratio politica. A mio avviso, quindi, la questione di fondo attiene meno alla correttezza dell’uso delle forbici che alla propensione della Corte a chiudere un occhio. Allora c’era, oggi no.

 

L’ammissibilità del ricorso contro l’uso dei voucher ha creato un vuoto normativo? Posto che vada riordinato il ricorso ai voucher, quali soluzioni suggerisce?
Come la tutela reintegratoria non può avere, ad avviso della stessa Cgil, un campo di applicazione illimitato, così il voucher non deve essere una forma d’impiego universale. Ammontavano a 88 milioni di euro i voucher utilizzati nel 2015, l’anno seguente corrispondevano a 150 milioni, coinvolgendo un milione e mezzo di soggetti, in prevalenza giovani.. E li hanno usati tutti i possibili committenti: piccole e grandi imprese nonché pubbliche amministrazioni. Come dire che non è stato l’alternativa al lavoro nero che diceva di essere, bensì la punta dell’iceberg: nient’altro che lavoro nero legalizzato. Stante la propensione ad abusarne, il voucher è inammissibile ogniqualvolta l’attività lavorativa comporta l’integrazione del soggetto che la svolge in processi di produzione di beni o servizi organizzati in forma d‘impresa, piccola o grande che sia. Unica eccezione: il settore agricolo, limitatamente però alle tipiche attività stagionali. Fermo restando in ogni caso il tetto annuo del reddito da voucher.

 

L’esito positivo della consultazione sulla responsabilità in solido di appaltatore e appaltante nei confronti del lavoratore conduce adesso ad una condizione di incertezza normativa?
Assolutizzare il principio della responsabilità solidale tra appaltatore e appaltante serve a garantire l’affidabilità degli operatori economici, proprio come voleva una legge del 1960 che è stato un grossolano errore abrogare. Il principio è diretto a controllare la conformazione degli assetti organizzativi dell’impresa escludendo esternalizzazioni e decentramenti produttivi orientati alla mera riduzione del costo del lavoro.
il referendum si propone pertanto di bloccare la tendenza dominante nella recente legislazione e nella prassi ad assecondare la frammentazione del tessuto imprenditoriale con ricadute negative non solo sulla protezione dei lavoratori, ma anche sulla qualità dei processi produttivi.

Il mondo nel 2017

di Maddalena Pezzotti

 

Un sondaggio sul coinvolgimento degli italiani e le italiane per le notizie di cronaca estera, commissionato all’Ipsos da Rai News e svolto alla fine del 2016, rivela che per il 31 per cento del totale degli intervistati la minaccia percepita come più grave è quella di matrice radicale islamica. Le diseguaglianze e la scarsità di risorse idriche e alimentari, fonte di povertà, esclusione, guerre e movimenti migratori, preoccupano rispettivamente il 10 e il 6 per cento del campione. Le crisi in Medio Oriente captano il 4 per cento dell’attenzione, pur essendo associate a disequilibri geopolitici e conflitti compositi nei quali l’Occidente gioca la sua parte, esponendosi a sequele dirette e indirette. In modo analogo, gli avvenimenti più allarmanti del 2016 sono l’approdo di migranti in Europa per il 35 per cento e gli attentati di Nizza e Bruxelles per il 16 per cento, quasi a dire che delle migrazioni umane e della violenza armata interessano più le conseguenze domestiche immediate (il 59 per cento valuta negativamente la coordinazione della questione migratoria), piuttosto che le loro cause e le responsabilità correlate.

 

Dal dicembre del 2014 a oggi, invece, l’apprensione dominante a livello nazionale rimane la congiuntura economica per il 46 per cento degli intervistati. Il terrorismo islamico si colloca al 9 per cento, come se l’Italia si ritenesse al sicuro da attacchi (il 58 per cento valuta favorevolmente l’allerta del sistema). La speranza per gli italiani viene in primo luogo dai viaggi di Papa Francesco. Il Vaticano è anche il secondo paese che si pensa contribuisca in maggior misura alla pace globale. In cima alla lista c’è pure l’Europa nel suo complesso, nonostante l’accordo sui migranti tra l’Unione e la Turchia incassi solo il 6 per cento dell’approvazione e, nella classifica degli stati più influenti, retroceda di quattro punti in raffronto al 2015. In questo ambito, la Cina aumenta di diciassette punti, raggiungendo gli Stati Uniti al 49 per cento, e la Russia primeggia al 66. Il personaggio in assoluto più autorevole per gli italiani è Vladimir Putin, con Papa Francesco, Barack Obama e Angela Merkel quasi a pari merito, con il 20, 19 e 18 per cento. I personaggi che contribuiscono a promuovere un’immagine positiva dell’Italia all’estero sono Samantha Cristofoletti e Roberto Benigni. La politica resta indietro con esiti non qualificanti. Il nostro principale alleato e, parallelamente, peggior nemico in Europa è la Germania che, in rapporto ai sondaggi del 2015 e il 2014, diminuisce in animosità e progredisce in affiatamento, grazie alla sua posizione sulla distribuzione delle quote dei migranti, in difformità alla chiusura della Francia.

E’ importante incrociare questi dati con le conclusioni dello studio annuale del Centro per l’Azione Preventiva di New York sui potenziali conflitti nel 2017, realizzato con l’intento di informare la comunità internazionale riguardo alla loro prevenzione e la gestione delle migrazioni. A questo scopo, trenta scenari sono stati catalogati per alta, moderata e bassa probabilità e in base alle loro ripercussioni. L’aspettativa è che in un mondo in cui la verità non appassiona più, o stimola meno della rappresentazione di realtà a proprio uso e consumo, siano esse pubbliche o private, dove proliferano opinioni approssimative, se non infondate, e spesso inconsistenti, o messaggi fraudolenti e fuorvianti, coloro che assumono l’onere della res publica si impegnino a una comunicazione morale, fautrice di circoli virtuosi nella formazione civica delle persone e le generazioni. E allo stesso tempo, comprendano che l’arte del governo è ricerca, studio, approfondimento; cultura storica, sociale e antropologica. Per quanti sappiano leggere e scrivere, e abbiano deciso di farne un impiego fecondo, diamo dunque un’occhiata a quanto si prospetta per l’anno in corso.

Scenari di alta probabilità: instabilità in Afghanistan, dovuta a un continuo rafforzamento dell’insurrezione talebana ed eventuale caduta dell’esecutivo; intensificazione del contrasto fra Turchia e cellule armate curde dentro il paese e in stati limitrofi, come Iran, Iraq e Siria; escalation dei combattimenti in Siria, a ragione di accresciuto supporto alieno alle diverse parti, inclusa l’interposizione militare; peggioramento della situazione economica in Venezuela e impatto sociale violento.

Scenari di moderata probabilità: guerra civile in Yemen, provocata dalla repressione saudita degli Houthi e altre fazioni; efferatezze in Burundi tra forze centrali e opposizione; disordini in Congo, per avvenuti ritardi nella convocazione di elezioni; belligeranza in Etiopia, in risposta alle vessazioni governative; persecuzione da parte di Boko Haram nel nord-est della Nigeria e altri dissidi nella regione del Delta; aggressioni di al-Shabab in Somalia e zone vicine; recrudescenza della lotta in Sud Sudan, derivata da divisioni politiche ed etniche, con un effetto destabilizzante in territori confinanti; sollevazioni in Zimbabwe, in connessione all’avvicendamento del presidente Robert Mugabe; facinorosità nell’Ucraina orientale tra contingenti di sicurezza statali e filo-russi con un possibile intervento della Russia; contrapposizione fra Nato e Russia sui confini dell’Europa dell’Est, procedente da gesti deliberati o accidentali; tensioni tra potere e partiti antagonisti in Pakistan, provocate da molteplici compagini militanti; transizione turbolenta in Tailandia, per l’incerta successione al trono del monarca scomparso lo scorso novembre e la prosecuzione del regime; provocazioni provenienti dalla Corea del Nord, relative a esperimenti missilistici nucleari; offensiva cibernetica a infrastruttura critica degli Stati Uniti; attentato di ampie proporzioni a opera di oltranzisti islamici.

Da bassa probabilità nel 2016 a moderata nel 2017: rinvigorito autoritarismo in Turchia, posteriore al tentativo di colpo di stato di luglio del 2016; incertezza nelle Filippine, per la contestazione dell’agenda interna ed estera della leadership; complicazioni fra India e Pakistan, scatenate da atti eversivi e sommosse nel Kashmir.

Da alta probabilità nel 2016 a moderata nel 2017: fragilità dell’Unione Europea, fomentata dai continui flussi di rifugiati e migranti economici, scontento diffuso, maltrattamenti contro richiedenti asilo, e imboscate terroristiche isolate; ulteriore frammentazione dell’Iraq, dovuta a differenze e scontri fra comunità sunnite, sciite e curde, e la presenza dell’auto-proclamato stato islamico; collasso amministrativo della Libia, aggravato dalla presenza dello stato islamico e da ingerenze esterne; ostilità israelo-palestinesi, conducenti a brutalità su civili.

Scenari di bassa probabilità: fallimento dell’applicazione degli accordi di pace in Colombia e suoi contraccolpi; conflagrazione bellica fra Armenia e Azerbaijan sulla contesa regione del Nagorno-Karabakh.

Gli scenari uscenti, sebbene le dinamiche che hanno sottinteso la loro inclusione nella valutazione del 2016 non si siano esaurite, sono: discontinuità istituzionale in Egitto, Giordania e Arabia Saudita; sopraffazioni esercitate da organizzazioni criminali in Messico; prevaricazioni settarie in Libano, Myanmar e Repubblica Centrale Africana; controversia fra Iran e Stati Uniti sulla partecipazione dell’Iran in conflitti regionali; sovversione islamica in Russia. Altre non rientrate nell’attuale valutazione, a parere di numerosi esperti sono comunque meritorie di considerazione: agguati di bande criminali nel triangolo nord del centroamerica; precarietà economica in Messico, risultante da disposizioni commerciali applicate dagli Stati Uniti; sedizione nel Mali per mano di gruppi ribelli; incidenti fra buddisti e musulmani in Myanmar; assalti contro stranieri e laici in Bangladesh; attentati estremisti nella penisola del Sinai; rovescio dell’accordo nucleare con l’Iran; urti fra Russia e Georgia su Ossezia meridionale e Abkhazia; attriti fra Cina e Taiwan; volubilità economica in Arabia Saudita; rischio politico in Algeria.

Con queste premesse, non ci si può certo aspettare un 2017 di grande serenità. Del resto, l’anno che si è appena concluso, dalla Brexit a Donald Trump, ha testimoniato un tumultuoso, a tratti drammatico e contraddittorio, ripudio dello status quo. Quello in marcia segna i cinquecento anni dalle tesi riformatrici di Martin Lutero. Chissà non soffino anche venti di un cambiamento fondato su conoscenza, confronto e incontro, dove la conoscenza sia solida, il confronto inequivocabilmente aperto, e l’incontro fra idee, culture e persone tangibile. Se l’Unione Europea passerà al banco di prova di decisivi appuntamenti elettorali in Francia, Germania, Olanda, e forse in Italia, in un clima di disaffezione al progetto dell’Unione, frustrazione per la fiacca crescita economica e stridenti divisioni sul tema delle migrazioni, l’Associazione delle Nazioni Sud-Asiatiche raggiungerà il suo cinquantesimo anniversario più salda che mai, l’India seguirà a portare alta la bandiera dell’innovazione tecnologica e dei mercati emergenti, l’Australia celebrerà il suo ventiseiesimo anno di crescita ininterrotta, e il Canada continuerà essendo un modello felice di integrazione. Il mondo è vasto e la storia dei popoli, inclusa quella contemporanea, offre lezioni utili.

 

Post Scriptum

I marines catturano in Messico il super ricercato boss della droga Joaquín “El Chapo” Guzmán. Gli Stati Uniti sospendono le sanzioni nucleari contro l’Iran in seguito alle verifiche dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. L’Organizzazione Mondiale della Salute dichiara il virus Zika “un’emergenza pubblica”. La Corea del Nord lancia un satellite nell’inquietudine generale. Le relazioni fra Stati Uniti e Cuba raggiungono la distensione. Fidel Castro scompare all’età di 90 anni. Un kamikaze colpisce l’aeroporto di Bruxelles uccidendo 35 persone e ferendone 300. Documenti trapelati da una società legale di Panama rivelano i nominativi di clienti che hanno frodato il fisco e riciclato denaro sporco, fra cui cinque ex-capi di stato, e funzionari governativi, parenti e amici di capi di governo in più di 40 paesi. La crisi dei migranti lacera l’Europa. Polizia e manifestanti si scontrano a Parigi durante dure proteste contro la riforma del lavoro. Muore Muhammad Ali, lo sportivo forse più famoso di tutti i tempi, obiettore della guerra del Vietnam, e icona dei diritti civili degli afro-americani. Il Regno Unito vota l’abbandono dell’Ue in un referendum che forza David Cameron alle dimissioni da primo ministro. Un triplo attacco suicida miete 45 vittime all’aeroporto di Istanbul. La navicella spaziale Juno entra in orbita intorno a Saturno per un’esplorazione del pianeta. Un uomo di nazionalità tunisina falcidia 84 persone lanciando un mezzo pesante sulla folla che a Nizza assiste ai fuochi d’artificio in commemorazione della presa della Bastiglia. Un colpo di stato militare fallisce in Turchia dopo che la folla, incitata dalle autorità religiose, prende le strade in appoggio al presidente Tayyip Erdogan. Più di 11.000 atleti e atlete competono ai giochi olimpici di Rio de Janeiro. I combattimenti si incrementano in Siria. Gli Stati Uniti vengono criticati per l’incapacità dimostrata di mettere fine alla violenza, mentre interessi divergenti alimentano una brutale guerra per procura. In Brasile, viene rimossa la presidente Dilma Rousseff in un processo per impeachment. L’uragano Matthew colpisce Haiti, ancora in fase di ricostruzione dal terremoto del 2010, provocando 1.000 morti. Le autorità francesi smantellano la “giungla”, campo migranti di Calais. Il repubblicano Trump sconfigge la democratica Clinton nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Clinton concede la vittoria a conclusione di una campagna di centinaia di milioni di dollari. La presidente Park Geun-hye della Corea del Sud viene coinvolta in uno scandalo che la conduce ad abbandonare l’incarico per malcontento popolare. Un’azione terrorista uccide 12 persone in un mercatino natalizio a Berlino.

 

Ognuna di queste notizie del 2016, e molte altre, ci hanno percossi in distinti e svariati gradi di intensità. Tuttavia ve n’è una che colpisce come un’offesa, una ferita collettiva. Il prestigioso dizionario della lingua inglese dell’Università di Oxford ha dichiarato “post truth” parola dell’anno, associata all’espressione “post-truth politics”, annunciando che questa potrebbe diventare “una delle parole capitali del nostro tempo”, ossia una di quelle che definiscono un’epoca. Nel dizionario di Oxford “post truth” è un “aggettivo che si riferisce a circostanze in cui fatti oggettivi sono meno determinanti degli appelli emozionali nella formazione dell’opinione pubblica”. La parola è stata scelta da una selezione, dove appariva anche “Brexiteer”, prodotta per riflettere le tendenze e i recenti eventi sociali, culturali, politici, economici e tecnologici. Insomma, è come se la verità in politica sia diventata incidentale, e si possa placidamente transitare oltre i contenuti, i numeri, i concetti, le scienze sociali e le testimonianze storiche. Per l’appunto, sembra si stia già creando un settore di pertinenza. La città di Veles, località industriale di 55.000 residenti, capitale IT della Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, si è convertita in un centro di produzione di false notizie, in cui vengono fabbricate e vendute sul mercato panzane che attraggono milioni di click e condivisioni e che suggestionano e condizionano la platea dei social media ai fini della manipolazione del consenso. Si ricomincia da qui con i buoni propositi del 2017?