Affari Esteri ed Europei 2016. Consigli per la lettura.

di Maddalena Pezzotti

 

Tante le parole, i significati, e le questioni, di cui ci siamo occupati nell’ambito degli affari esteri ed europei, nel corso del 2016 – anno di eventi tragici, colpi di scena e sfide sempre nuove.

cooperazione – sviluppo – riforma – povertà – diritti – primavera araba – elezioni – stati uniti – media – discriminazione razziale – recessione – rappresentanza – nato – est – ovest – sicurezza – mediterraneo – europa – crisi – brexit – donne – equità – consiglio di sicurezza – diplomazia – conflitti – medio-oriente – rifugiati – auto-determinazione – onu – accordi di pace – nobel – america latina – esclusione – popoli indigeni – crescita – giustizia sociale – populismo – partiti politici – democrazia – economia – migrazioni

Nello spirito della rivista online di Liberi Cittadini abbiamo cercato di “squarciarli” per offrire l’approfondimento che la notizia non riesce a garantire e la possibilità di agire con discernimento.

 

Con l’occasione della pausa di fine anno, voglio condividere delle letture relazionate con gli articoli pubblicati nell’area tematica per continuare la riflessione e l’impegno che costituisce la cifra dei cittadini liberi e dei liberi pensatori quali siamo.

 

Mi auguro che possano essere di ispirazione e aiuto per i difficili compiti che incontriamo nelle nostre esistenze, perché nel mondo globalizzato la soglia fra politica interna e quella estera non esiste più, così come è labile quella fra privato e pubblico.

 

Un ringraziamento a quanti si sono appassionati e mi hanno contattata per discutere dei contenuti e le idee proposte.  Buona vita e buona politica a tutti!

 

1.L’Italia e il mondo. Quale cooperazione per lo sviluppo? 

http://www.libericittadini.net/2016/03/30/litalia-e-il-mondo-quale-cooperazione-allo-sviluppo/

 

 

collier

 

 

2. Elezioni presidenziali USA 2016. Chi sono i nemici di Hillary Clinton?

http://www.libericittadini.net/2016/06/18/elezioni-presidenziali-usa-2016-chi-sono-i-nemici-di-hillary-clinton/

 

 

clinton

 

 

3.Discriminazione razziale nell’era Obama

http://www.libericittadini.net/2016/07/11/discriminazione-razziale-nellera-obama/

 

 

democracy

 

 

4. La Nato e le sfide contemporanee della sicurezza mondiale

http://www.libericittadini.net/2016/07/13/nato-le-sfide-contemporanee-della-sicurezza-mondiale/

 

 

mini

 

 

5. Theresa May a 10 Downing Street

 http://www.libericittadini.net/2016/07/18/theresa-may-a-10-downing-street/

 

 

may

 

 

6. Una poltrona per due. L’Italia al Consiglio di Sicurezza

http://www.libericittadini.net/2016/08/09/una-poltrona-per-due-litalia-al-consiglio-di-sicurezza/

 

 

 

poltorna

 

 

7. Una nuova leadership per il Fronte Polisario

http://www.libericittadini.net/2016/09/23/una-nuova-leadership-per-il-fronte-polisario/

 

 

tony

 

 

8. La pace in Colombia fra un Nobel discusso e un accordo incompiuto http://www.libericittadini.net/2016/10/17/la-pace-in-colombia-fra-un-nobel-discusso-e-un-accordo-incompiuto/

 

 

hubert

 

 

9. Le Nazioni Unite hanno un nuovo Segretario-Generale. Per chi avresti votato?

http://www.libericittadini.net/2016/10/29/le-nazioni-unite-hanno-un-nuovo-segretario-generale-per-chi-avresti-votato/

 

 

polsi

 

10. Cento giorni di governo in Perú

http://www.libericittadini.net/2016/11/28/cento-giorni-di-governo-in-peru/

 

 

peru

 

11. Populismo. Il teatro globale della politica

http//www.libericittadini.net/2016/12/09/populismo-il-teatro-globale-della-politica/

 

 

populismo

 

 

 

 

 

 

 

 

Populismo. Il teatro globale della politica.

di Maddalena Pezzotti

Cosa accomuna Donald Trump e David Cameron? Un fil rouge percorre la trama politica di nazioni quali la Polonia, la Svizzera, l’Ungheria, la Finlandia, la Francia, la Grecia, i Paesi Bassi, la Spagna, la Slovacchia, la Norvegia, la Lituania, la Svezia, e l’Italia. Personalismo e populismo. Archiviate le ideologie, che resta in politica?

In Europa, partiti populisti in ascesa controllano la maggioranza parlamentare in sei stati e co-governano in tre. Nelle elezioni degli ultimi cinque anni, almeno un partito populista ha acquisito il 10 per cento o più in 16 paesi dell’eurozona. Nel complesso, i populisti hanno raggiunto una media del 16.5 per cento, oscillando fra il 65 per cento in Ungheria e meno dell’uno per cento in Lussemburgo. Questi partiti hanno gran parte dei seggi in Grecia, Ungheria, Italia, Polonia, Slovacchia e Svizzera. In Finlandia, Lituania e Norvegia si inquadrano in coalizioni. Analogamente, stili politici di matrice populista in partiti cosiddetti tradizionali, talvolta condotti da personalità debordanti, contribuiscono a svuotare la politica.

Come sono riemersi il populismo e l’etno-nazionalismo nel cuore del mondo industrializzato avanzato? Da lungo tempo, i partiti tradizionali non soddisfano. Il loro deterioramento è stato inesorabile. Il populismo si è propagato in un contesto di protesta contro le élite, siano di destra o di sinistra, che hanno avallato la globalizzazione, ignorando la persistenza, o l’inasprimento, di colossali ineguaglianze in fasce estese della popolazione. Trend ricorrente, ha permeato la Brexit, scompaginato il canovaccio delle democrazie europee, e dominato la campagna presidenziale negli Stati Uniti.

Avulso da un carattere dottrinale specifico, il populismo secondo Taguief è una forma retorica mirata a stabilire una connessione di natura empatica con le masse che può essere applicata a correnti divergenti e si manifesta in una varietà di strutture di opportunità. Pensiero politico debole con un fulcro nerboruto, per Freeden e Mudde, non enuncia una visione coerente e articolata, e si regge sull’antagonismo manicheo di due insiemi omogenei – i puri e i corrotti, il nuovo e il vecchio, i nativi e gli stranieri, la casta politica e la cittadinanza, il futuro e la conservazione, il centro e le periferie, i negligenti e gli efficienti, i risparmiatori e i circoli finanziari, il cinismo e la speranza.

Il populismo si oppone all’establishment, ma non è anti-sistema, e ovunque si sviluppi – nell’arena pubblica, la contenda elettorale, le correnti di partito, aspira a rimpiazzare la dirigenza e sfruttarne gli stessi vantaggi. E’ una strategia di captazione del consenso, organizzata intorno a un capo, che ha a che vedere con la condizione emozionale e cognitiva di gruppi e individui. Che determina la richiesta di leader populisti? Sequenze politiche, economiche e culturali, regionali e internazionali; transizioni, spesso ardue, da precedenti equilibri o regimi; sentimenti di disorientamento, ostilità, rivalsa, nei confronti di rivolgimenti economici e sociali. Ciò che è d’uopo capire è la misura in cui si sono evolute le aspettative delle persone vis-à-vis la politica, i processi decisionali, la gestione dei beni comuni, e la propria collocazione in tutto questo; e ancora come le figure della democrazia sono destinate a mutare e le risposte da mettere in gioco.

Erosione della sovranità nazionale. Tre decenni di globalizzazione economica e de-nazionalizzazione hanno consumato la capacità dei governi di realizzare politiche che esaudiscano le attese. L’asimmetria tra la finanza globale e la politica interna restringe le scelte e gli strumenti, riducendo il gradimento degli elettori e accentuandone l’allontanamento. Con gli indici di approvazione in ribasso, dal loro canto, i partiti tendono ad abusare della delega di provvedimenti impopolari a organismi remoti, mai responsabili in linea retta, riproponendo pedissequamente il ritornello del “non c’è alternativa” (salvo appropriarsi del successo se vincenti) o convertendosi in anti-europeisti del week-end alla scadenza di appuntamenti elettorali. La discussione sul populismo non presta sufficiente attenzione alle sue cause e non ne coglie la durevolezza degli appelli nel retroterra sociale, politico e comunicativo contemporaneo. La de-industrializzazione, la trasformazione della classe operaia, l’eclissi del voto confessionale, e la convergenza sull’agenda comunitaria dell’integrazione, hanno plasmato una macro-tecnocrazia, ispirata dal neue Mitte del cancelliere tedesco Gerhard Schröder, fatto di raggruppamenti sono indistinguibili gli uni dagli altri e svigoriti da decisori che non sono passati per le urne. Questo indirizzo discende da una lunga vicenda collegata alla post-rivoluzione industriale e cambi strutturali nelle società. Per poterlo contrastare si dovrà travalicare la nozione di politica appannaggio dei partiti, emanata da leader carismatici, e agevolare un formato di democrazia partecipativa e partecipata, con diverse modalità di composizione delle liste elettorali, formule organiche di consultazione e contiguità con i territori, e garanzie di accountability.

Delegittimizzazione delle istituzioni sovra-nazionali. A dispetto di una legione di funzionari ben rimunerati, l’Europa non ha saputo equipaggiarsi delle competenze nodali per affrontare bisogni e sfide emergenti. Parecchi, a ragione o a torto, la percepiscono alla stregua di un divoratore di risorse. Di certo, si è mostrata per lo più inetta nel trovare soluzioni viabili per la recessione in atto dal 2008, la diminuzione dei tassi record di disoccupazione, anzitutto giovanile, e le salienti disparità che cozzano con la stessa idea di Unione. Particolarmente imbarazzante si è rivelata la paralisi di fronte all’ondata migratoria che si dispiega dal 2011, agli esiti della primavera araba, alle congiunture africana e medio-orientale, e alla radicalizzazione e il terrorismo che si espandono alimentando incertezza e risentimento, e fornendo suolo fertile a movimenti populisti. L’impatto combinato della globalizzazione e del deficit democratico europeo, lo sbilanciamento nella relazione tra il Consiglio, la Commissione e il Parlamento, la farraginosità delle attività deliberative, ha prodotto una vacuità di scopo del potere di governo dell’Unione. Disposizioni con significative implicazioni per le strategie ridistributive fra stati e fra classi devono essere consultate e validate dai cittadini, a cui nessun esperto può sostituirsi. Soprattutto, è imprescindibile sottrarre al populismo tali appigli. L’accettazione nasce dall’appartenenza e quest’ultima si sostenta nelle prerogative del civismo. Spetta all’Europa assicurare un ruolo tangibile al Parlamento, nonché dotarsi di dispositivi per un auditing sociale del proprio operato, conferendo un’accezione riformatrice all’essere europei.

Crisi del sistema economico-finanziario. Nonostante l’eterogeneità di politiche adottate, dagli anni 70 l’occidente, inclusi gli Stati Uniti, ha conosciuto una flessione della crescita e l’apertura di brecce nel tessuto economico e nei piani di vita individuali. Ruchir Sharma, nel suo libro “The Rise and Fall of Nations”, ne identifica le origini nel calo demografico e il suo influsso sfavorevole sull’economia; gli effetti pervasivi della globalizzazione su ampie fette di lavoratori specializzati e semi-specializzati, i quali finiscono per trovarsi disoccupati o sotto-impiegati; l’innovazione tecnologica che intensifica i contraccolpi della globalizzazione, rendendo alcuni lavori obsoleti; e l’ostacolo del peso fiscale, con il rapporto debito-Pil del 67 per cento nell’Unione Europea e 81 per cento negli Stati Uniti nel 2015. Quasi un decennio di depressione sistemica – inizialmente finanziaria, poi confluita in una stagnazione economica, che ha cagionato disoccupazione, inflazione, e il dissesto del debito, con ripercussioni sul welfare, le famiglie e la vita urbana, ha acuito atteggiamenti anti-establishment e la crisi della democrazia. Il legame tra stallo economico e politico, in un clima di diffusa insicurezza e frammentazione sociale, ha irreparabilmente appiccato l’incendio populista.

Declino della democrazia rappresentativa. Il crollo delle narrative ideologiche – la fine del comunismo e dell’Unione Sovietica, l’imperizia della social-democrazia al lievitare delle disuguaglianze e dell’esclusione, e l’impotenza dinanzi all’auto-regolazione del libero mercato, ha decretato anche quello dei partiti tradizionali e dell’identificazione nella democrazia rappresentativa. Il perpetrarsi della corruzione e degli scandali, e la personalizzazione devastatrice della politica, hanno rotto il patto di fiducia e sfibrato l’intermediazione. I partiti sono visti come cartelli in cui il tornaconto dei capofila, e la loro cerchia di gregari, è separato da quello dei loro stessi membri e degli elettori in generale. Pur quando vengono conseguiti risultati, questo modello non marcia e suscita discredito delle istituzioni, apatia civile, o dissenso attivo, ma non sempre produttivo. La differenza fra Tony Blair e David Cameron è stata realmente avvertita, ma in prospettiva si è già comprovata accessoria, e altri parallelismi potrebbero essere tracciati negli avvenimenti italiani. Al netto della retorica da campagna, e con la premessa che in politica la forma è essenza, la pianificazione economica di Trump non è troppo discorde da quella di Hillary Clinton. Questa consonanza, in cui la destra si è adattata all’economia mista e la sinistra al libero mercato, fa sì che lo scarto fra le due sia prettamente culturale e gli elementi preponderanti della mobilitazione valoriali. In una ricerca della Harvard Kennedy School of Government, Ronald Inglehart e Pippa Norris evidenziano che dagli anni 70 i giovani hanno abbracciato una politica post-materialista centrata sull’espressione individuale e tematiche legate a vasti temi sociali e di costume. Ed è per una mancata condivisione di principi con la frangia annodata a Wall Street, implicata in affari di dubbia trasparenza, e per prima cosa scissa dalle necessità dei segmenti vulnerabili delle classi lavoratrici, che i democratici americani hanno risolto di non supportare Hillary Clinton o sono traghettati al partito repubblicano. Lo studio di Theda Skocpol e Vanessa Williamson, pubblicato dalla Oxford University Press, e basato su centinaia di interviste a militanti del Tea Party, sorto in reazione alle timide politiche di Obama, ha concluso che le spinte del movimento non erano tanto economiche quanto viscerali.

Dimensioni del trauma sociale. Di incantatori di serpenti ne è pieno il mondo. Tuttavia in alcuni luoghi e momenti topici, il populismo si innesta assai intimamente. Studi di teoria democratica, dimostrano che questo si concentra laddove è alta la corruzione, lenta l’applicazione della giustizia, scarsa la performance economica, e le crisi politiche sono frequenti, un ritratto spietato e puntuale dell’Italia. In definitiva, il populismo prospera nella cattiva politica. Questo ambiente può essere doloroso per le categorie deboli, quelle su cui la cattiva politica incide in profondità, con impoverimento e marginalizzazione, e con queste, deprivazione relativa, dissonanza e frustrazione, per oggettive o soggettive che possano essere. L’irrazionalità politica, il funambolismo degli schieramenti, l’inadeguatezza intellettuale ed etica della classe dirigente, la sua irresponsabilità cronica e impunità, minano il prestigio delle istituzioni, e incutono quello che la psicologia sociale definisce “panico morale”, brodo di coltura per lo sfruttamento strumentale populista. Una considerazione particolare va all’immigrazione, ultima frontiera della globalizzazione, la più dirompente in quanto coinvolge gli esseri umani, e può dare adito a diffidenza, paura, razzismo. Occorre riconoscere che il ritmo del cambiamento è veloce per essere metabolizzato da quei settori che per qualsivoglia motivo ne subiscono gli strascichi negativi. Non sono stati nemmeno intravisti i pericoli derivanti da un mutamento antropologico che per essere perdurante deve accludere sforzi per l’aggregazione e l’assimilazione, e reti assistenziali solide. Il numero di migranti che entrano nell’eurozona è senza dubbio ragguardevole. Nel 2015 c’erano circa 250 milioni di migranti e 65 milioni di sfollati. L’Europa ne ha ricevuti 76 milioni ed è il continente che registra massima ansietà pubblica, fattore potente nel comportamento elettorale. I livelli di ansietà non sono correlati alla mera presenza di migranti, basti pensare alle quote del Canada dove le tensioni sono moderate, bensì alla carenza di riscontro politico. Il problema non può essere liquidato con sommarie condanne di xenofobia; le preoccupazioni sulle dimensioni sociali e culturali dell’immigrazione vanno accolte. Il dilemma vero è che nulla può sopperire all’assenza di leadership illuminate. E il lato positivo di questa brutta faccenda è che il populismo mette ferocemente a nudo le lacune del potere.

Disaffezione al voto. I partiti di sinistra si sono spostati gradualmente verso il centro – Bill Clinton negli Stati Uniti, Tony Blair nel Regno Unito e la sinistra italiana in una progressiva, a tratti camaleontica, metamorfosi, nel corso degli ultimi venticinque anni, ancora inconclusa. Questa compressione ha insinuato sconcerto e circospezione in merito all’affiliazione politica di una parte del corpo sociale e lasciato posto all’astensionismo o all’avvicendamento populista. Inglehart e Norris calcolano che nei paesi europei dagli anni 60, i partiti populisti della destra hanno raddoppiato il proprio zoccolo di sostenitori e i partiti populisti della sinistra hanno registrato un innalzamento di cinque volte superiore alla situazione di avvio. Le abitudini di voto, tradizionalmente rinsaldate dalla divisione fra la destra e la sinistra, sono svanite da decenni. Dagli anni 80 il voto di classe è precipitato nel Regno Unito, Francia, Svezia e Germania dell’Ovest; e negli anni 90 era ceduto talmente negli Stati Uniti da non esserci sponda virtuale per un’ulteriore decadimento. I partiti tradizionali, indifferenziati in termini di pilastri ideologici e programmi, tendono a convergere sulle questioni capitali per raccogliere preferenze trasversalmente. Di conseguenza, circa la metà, e in molti casi oltre la metà, dei cittadini delle democrazie occidentali non votano e, tra questi, un numero in aumento opta per partiti populisti. Stando a Bertrand Henry-Levy, si è smarrito l’interesse nella politica e l’attenzione è invece focalizzata sui suoi protagonismi. Le persone non sono neppure tanto preoccupate del fatto che si stia dicendo la verità, piuttosto sono attratte dalla qualità teatrale di ciò che viene prospettato.

Media e nuovi media. La rete apre formidabili possibilità, ma introduce delle minacce nel dialogo democratico. Ha prolificato una platea meno deferente nei riguardi dei partiti, indipendente di pensiero e inserita nel dibattito politico, purtroppo non meglio informata, ferrata nell’analisi, o incline all’approfondimento. Internet ha severamente limitato la funzione di contenimento dei media ufficiali, spesso subordinati al governo di turno, o pilotati da gruppi egemonici, ma ha concesso terreno all’enfasi populista traboccante di sensazionalismo e provocazione, appelli demagogici, falsi miti e colpi bassi. D’altronde i media classici, imponendo il proprio criterio commerciale, facilitano la de-politicizzazione, la crisi di rappresentatività, e il sorgere del populismo. Le tesi politiche subiscono il medesimo trattamento di qualsiasi altro messaggio per mantenere l’attenzione tramite meccanismi di drammatizzazione, sovra-semplificazione, reiterazione del conflitto e stereo-tipizzazione. Ironico che non abbiano ravvisato l’avvento del populismo, e la vittoria di Trump, quando ne sono stati fautori ineluttabili.

Il populismo attecchisce nel pantano degli abusi insediati nella pratica democratica odierna: il dissolversi della politica come cultura e impegno di comunità intellettuali e territoriali, la ipometropia della classe politica rispetto alle esigenze della gente, il dilettantismo speculativo nella definizione di un progetto di paese, le torsioni centraliste, il distacco fra eletti ed elettori, i privilegi inutili, provinciali e dispendiosi, l’arroganza di palazzo, la faziosità insulsa, lo spreco di mezzi, il clientelismo. Il populismo non è solo un riflesso, spesso opportunistico, all’esercizio vuoto del potere, è anche uno stile di governo che affolla lo spazio con la volgarità di un linguaggio infarcito di slogan, mistificazioni e banalizzazioni, di un discorso ottusamente non argomentativo, incapace di cimentarsi con la sostanza, e di un incedere improvvisato, rabberciato sull’andamento dei sondaggi di opinione, circoscritto dall’orizzonte delle ambizioni private, il profitto e la sopravvivenza di fazioni e corporazioni. In questo tritacarne, in cui i giovani non si distinguono dagli anziani, non si è stati pronti nel profilare alcuna avanguardia politica, e ci si ritrova solo più stolti e meschini.

L’affermazione del populismo ha ricadute rilevanti per lo stato della democrazia liberale. Sebbene non sia inevitabilmente anti-democratico, è fondamentalmente illiberale, in special modo nel suo disprezzo per il pluralismo e l’opposizione, il condizionamento del campo politico e istituzionale, la diffamazione dell’avversario, e la polarizzazione politica. Quanti affermano che sia un fenomeno contingente, fallimentare al banco di prova della conduzione politica e amministrativa, dimenticano che per i partiti tradizionali in Europa è diventato raro riuscire a vincere al di là di un terzo del suffragio. In Ungheria, un partito populista governa da sei anni; in Austria, Norbert Hofer, candidato presidenziale euroscettico e ultranazionalista, ha ottenuto il 46,4%; in Francia, Marie Le Pen con probabilità arriverà al ballottaggio. Lo scenario è contraddistinto da sistemi di partito frantumati che annoverano realtà populiste di grande influenza e le intese disegnate in maniera da escluderle diventeranno difficili da sorreggere. Dove i partiti populisti costituiscono la terza o la seconda forza politica, patti artificiosi non farebbero che irrobustire quegli stessi pretesti che li hanno scaturiti in partenza. Nel passato, questi partiti hanno servito da alleati minori in alleanze di governo. Al momento, tuttavia, anche quelli minoritari, convinti del loro potenziale, ricercano una posizione di prominenza.

I partiti di tradizione democratica e liberale devono essere in grado di presentare azioni coerenti e non divisive. Alcuni esponenti politici lo hanno compreso, altri no. Angela Merkel ha evitato che la Germania scivolasse nel populismo, nonostante pressioni interne ed esterne, dando credito al malcontento e la rabbia sociale, senza etichettare di disfattismo, immobilismo o oscurantismo, chi avesse una concezione diversa da quella auspicata dal governo per la propria autocelebrazione e il racconto di un paese immaginario, bensì promuovendo un’agenda politica chiara e un messaggio positivo. In definitiva, il populismo è una replica democratica illiberale a decadi di politiche liberali non democratiche. I politici del ventunesimo secolo dovranno offrire opzioni di contenuto alle manovre poco perspicaci e poco lungimiranti su migrazioni, economia e cooperazione europea, sinora provenute sia dai partiti populisti sia dai partiti tradizionali; dovranno creare organizzazioni orizzontali, sfrondate delle multipli stratificazioni di mandati, procure e partiti nei partiti, con una governance esterna per un contatto autentico con gli elettori.

La sottovalutazione delle istanze di democrazia diretta, provenienti da movimenti civili e spontanei all’indomani della crisi finanziaria che ha schiacciato sull’orlo del baratro l’economia globale, e la loro generica catalogazione al rango di “anti-politica”, ha accresciuto l’indignazione, dilatato la distanza dai partiti e le loro macchinazioni. In Francia, Italia e Spagna, ha alterato il bipolarismo dell’impianto partitico, al quale si era approdati dopo un lungo cammino (e che quasi in un cortocircuito si era retto proprio su personalità forti); e nel caso del Regno Unito, ne ha modificato l’assetto. La buona politica passa per l’ascolto, non nega l’esistenza dei problemi, non li bolla di ignoranza. I giudizi trancianti, che non tengono in conto le ferite della società, che magari inducono cittadini onesti ad avere idee ritenute imbarazzanti da un certo ceto politico, inevitabilmente cedono il passo al populismo. La politica deve ripensare il senso e la prassi della rappresentatività e aprirsi a una compartecipazione leale nelle fasi di costruzione, ratifica e attuazione di proposte, riguadagnare dignità e solidarietà, come unico cambio urgente e dovuto. E dunque ci vogliono pionieri e non tecnocrati, capitani coraggiosi e non avventurieri, una collettività critica intorno a un’aspirazione di portata storica. Il rinnovo della classe politica è ancora tutto da venire.

IL MIO VOTO SENZA TAPPARSI IL NASO

di Niccolò Rinaldi

Tutti a votare come al Teatro di Mangiafuoco, per chiuderla una buona volta col referendum ma non col bisogno di cambiare le regole di questo paese, perché comunque vada il giorno dopo ci darà da riprendere il filo delle riforme: per correggere quanto approvato, o per ricominciare quello che ancora una volta non si è riusciti a fare.
Io voto sì, e non senza se e senza ma, che ce ne sono tanti, ma senza bufale e senza errori, abbondanti in questa campagna da acchiappa citrulli.

Quattro bufale:
• Se passa il no, l’Italia non sprofonda. Le sue banche falliranno solo se dovranno fallire comunque; il prestigio on è legato all’esito del voto, ma ai suoi problemi strutturali di corruzione, burocrazia, illegalità, calo demografico e ripresa massiccia dell’emigrazione, livelli di evasione e tassazione, scarsa competitività, passaggio all’estero di marchi storici del paese senza che nessuno batta ciglio, eccetera eccetera. Più significativo di un no sovrano, è stata la mancata elezione per un mandato pieno al Consiglio di Sicurezza, il fatto che senza colpo ferire i grandi marchi automobilistici del paese hanno lasciato l’Italia, o che il sempre compassato presidente della Commissione Europea abbia riservato al presidente del consiglio un “me ne frego” mai prima d’ora indirizzato a un capo di governo. Altro che sì o no.
• Se passa il no, la prossima riforma non sarà per il “mai più”. Piuttosto, spetterà ad altri. Che potrà fare meglio, ma anche peggio, anche molto, molto peggio.
• Se passa il sì non finiamo in nessuna dittatura, se non quella delle geremiadi degli sconfitti. Sarà una scelta non delle banche d’affari ma del popolo sovrano, l’opposizione continuerà a essere determinante, e il governo avrà qualche procedura accelerata nell’iter legislativo di alcuni provvedimenti come accade già in mezza Europa.
• Infine, non si prenda la Costituzione del ’48, la “magnifica”, la “più bella” per oro colato. E’ una costituzione a cui possiamo volere solo bene e gratitudine. Ma è ricca di compromessi che col tempo diventano orrendi: un migliaio di parlamentari, due camere che esprimono entrambe la fiducia, con l’aggravante di essere elette da due corpi elettorali diversi, ciò che ha generato trasformismi continui; e, anche se non toccato dalla riforma, addirittura il Concordato e l’equiparazione tra Chiesa cattolica e Stato italiano.

Due errori.
• Non si cada nella tentazione di misurare questa riforma col metro della simpatia per il governo. Il voto, lo si sarà capito ma nessun li dice, è una sorta di congresso del PD per interposta persona, ne deciderà la classe dirigente, e una volta di più i regolamenti di conti interni si fanno pagare a tutto il paese (accadde la stessa cosa con la faida, tutta interna e abbigliata con false nobili intenzioni, della mortificazione del sindacato e dell’articolo 18). A noi liberi cittadini interessa soprattutto, anzi solo, la carta costituzionale, a quella si guardi, non alle irritanti feste o alle dichiarazioni del sì e del no che da sole, per come sono proclamate, fanno cadere le braccia e allontanano i nostro voto. Insomma si rinunci al meschino giochetto di fare lo sgambetto a qualcuno, sia al governo o all’opposizione come con ripicche da bambini.
• E ancora di più, non si giudichi la riforma rispetto a quello che ciascuno di noi avrebbe voluto al suo posto. Troppo facile. Per mesi preferivo un altro senato. Ma ora il tempo delle alternative è scaduto, quel dibattito è finito. La scelta non è più tra la costituzione attuale e un progetto perfetto, ma solo tra questa riforma, coi suoi limiti e i suoi pregi, e lo status quo. E a noi cittadini lo status quo, se guardiamo oltre le invettive pronunciate in questo Teatro di Mangiafuoco, non conviene. Per niente.

Solo se si è sgombrato il campo da queste bufale e da questi errori di fondo, si potrà capire cosa comporta questa riforma, e votarla senza alcun bisogno di tapparsi il naso. Anzi.

• Si abolisce il CNEL. E’ una piccola cosa, non è l’eliminazione degli “enti inutili” sbandierata da alcuni del sì. Farà risparmiarne poco o molto – ma non sarà mai questo il punto, perché non si cambia la costituzione per risparmiarne. Ma intanto è una soppressione positiva.
• Si aboliscono le province dalla Costituzione. Su questo e altro c’è poca chiarezza, come dice Prodi, perché potranno restare con legge ordinaria. Ma privarle della base giuridica costituzionale, poco o molto che sia, è comunque un passo in avanti rispetto a quanto abbiamo.
• Si migliorano gli strumenti di democrazia diretta. Avremo una soluzione ancora un po’ confusa per i referendum abrogativi, creandone di due tipi diversi a seconda del numero di forme. Avrei voluto l’abolizione del quorum per tutti, ma almeno per quelli che raccolgano 850.000 firme (compito tutt’altro che impossibile per chi è ben organizzato) il quorum si abbassa notevolmente. E’ già qualcosa.
• Si creano, vivaddio, i referendum propositivi e di indirizzo. Molto dipenderà dalle leggi di attuazione, che possono restringere o allargare modalità e le materie di competenza. Vedremo, ma in ogni caso rispetto al nulla dell’attuale costituitone, mi affretto a prendere questo poco o molto che sia.
• Si aumenta il numero delle firme per le leggi di iniziativa popolare – ostacolo tutt’altro che insormontabile – e finalmente si vincola il parlamento a discuterle e a votarle. Con l’attuale costituzione non ricordo una sola legge di iniziativa popolare tra le tante presentate, che sia mai stata votata dalla camere.
• Si mette un po’ d’ordine (un po’, non molto) nel canaio delle competenze concorrenti tra governo regioni. Si doveva fare di più, ma si capisce che c’era necessità di compromesso. Il governo recupera la competenza sul turismo che sarà finalmente promosso come sistema di paese e non col metro dei singoli campanili; sulle infrastrutture strategiche; sull’energia, che altro che regionale o nazionale, dovrebbe essere addirittura competenza europea, date le implicazioni in termini di concorrenza, politica estera, lotta ai cambi climatici). La clausola di supremazia non risolve tutto ma aiuta, alcuni conflitti continueranno, ma è un netto miglioramento rispetto all’infausta riforma del capitolo quinto che faceva l’occhiolino agli elettori leghisti. E non si invochi il federalismo tradito. Sono federalista, e per questo so che il federalismo non si fa con venti regioni in paese piccolo come l’Italia.
• Infine il tanto bastonato nuovo senato. E’ un pasticcio – con troppe diverse tipologie degli atti legislativi, rimpalli con la Camera mica tanto chiari, vergognosa immunità, senatori che hanno già un altro lavoro a tempo pieno, una ripartizione abbastanza cervellotica tra le varie regioni, criteri di rappresentanza proporzionale che in molti casi non si capisce come potrà essere garantita. E anche dell’altro.
• Ma accetto questo e altro, laddove venga finalmente corretta l’anomalia tutta italiana di un governo che ha bisogno della doppia fiducia, da due corpi elettorali diversi (madre di molti trasformismi), finendola con 350 senatori che devono rifare una seconda volta il lavoro già fatto dai deputati, e abolendo quest’altra bizzarria nostra di cittadini ventiquattrenni che possono essere carabinieri o ricercatori, possono amministrare sacramenti o pubblicare romanzi, non sono considerati maturi per votare i senatori. Nominati (in parte) domani, come sono nominati (in parte) oggi.

Questa riforma ha i suoi scarabocchi ma merita di passare. Sono stucchevoli le esaltazioni acritiche di alcuni sostenitori del sì come le demonizzazioni di altri del no. In troppi hanno rinunciato a ragionare, indossando la maglietta dei tifosi.
In ogni caso, l’esito del voto sarà la sconfitta del populismo. Se vincerà il no, sarà colpa di quella tracotanza che ha voluto impostare la riforma come un atto di seduzione elettorale, alla ricerca dell’effetto plebiscitario. E se vincerà il sì, chi si è opposto dovrà ricredersi per i propri toni apocalittici – tipici di certe culture politiche anche opposte.

O forse no: chiunque vinca ci sarà riuscito perché ha frastornato il paese con minacce di declino o di dittature.
Sarebbe la sconfitta di tutti – cambiare per paura, non cambiare per paura.
Ma siccome a questo paese voglio bene, guardo quello che mi viene proposto e me lo prendo, aiutandolo a fare quello che rispetto allo status quo è un passo in avanti. E vado a votare da Mangiafuoco con un sorriso.