Ragazzi, liberi di mangiare! E liberi di scegliere.

di Margherita Frappa

La Corte d’Appello Tribunale di Torino e ad una successiva ordinanza del tribunale di Torino, la n. 20988 del 13 agosto 2016 ha emanato una sentenza che condivide le ragioni portate all’attenzione della magistratura da parte di alcune famiglie che avevano sostenuto il diritto delle stesse a far consumare ai propri figli, durante l’ora di mensa, il pasto portato da casa.

Inizialmente il tribunale aveva rigettato il ricorso dei genitori, stabilendo che costoro avrebbero potuto scegliere un orario ridotto piuttosto che il tempo pieno, una scelta che, oltre ad obbligare i genitori, talvolta impossibilitati per motivi lavorativi, a riportare il figlio a scuola dopo la pausa pranzo, avrebbe leso il diritto per gli alunni a partecipare al “tempo mensa”.

Dopo la sentenza di Torino, la questione sta assumendo un carattere nazionale.

Le posizioni in merito sono diverse e oscillano tra la tutela del valore educativo del pasto a scuola, previsto nelle linee guida ministeriali e il diritto dei genitori di decidere in merito al pasto dei propri figli.

Il servizio mensa messo a disposizione da molti istituti scolastici è un servizio a pagamento, quindi non è obbligatorio ma rientra nel “tempo scolastico”; il “tempo mensa” rappresenta un essenziale momento di condivisione, di socializzazione, di emersione e valorizzazione delle personalità individuali, oltre che di confronto degli studenti con i limiti e le regole che derivano dal rispetto degli altri e dalla civile convivenza. A tal fine il D.lgs. 59/2004 prevede “l’assistenza educativa del personale docente nel tempo eventualmente dedicato alla mensa e al dopo mensa».

Pertanto se è vero che la ristorazione scolastica deve essere considerata un importante momento di educazione e di promozione della salute, il diritto di partecipare all’istruzione scolastica impartita durante il “tempo mensa e dopo mensa” non può essere negato, né condizionato all’adesione a servizi a pagamento. Poiché per ovvie ragioni l’alternativa non può essere il digiuno l’unica è quella di consentire agli alunni la possibilità di consumare a scuola un pasto preparato a casa. Questo consentirebbe a tutti di beneficiare del diritto allo studio

Il MIUR e l’Istituto scolastico coinvolto nel provvedimento affermano che l’individuazione dei locali nei quali far consumare i pasti portati da casa è una decisione che spetta ai singoli istituti e richiamano un «generale divieto di introdurre alimenti esterni nella mensa, durante l’orario dei pasti», senza indicare , però, fonti normative in merito..

Tale divieto negherebbe il diritto all’istruzione, durante il “tempo mensa e dopo mensa”, e la possibilità di fruire dei contenuti formativi precitati ledendo, di fatto, diritti costituzionali.

Le reazioni all’ordinanza del Tribunale di Torino non si sono fatte attendere; favorevoli da parte dei ricorrenti, soddisfatti dell’esito giudiziario del tribunale di Torino che ha riconosciuto un diritto che non vale solo per chi ha intrapreso l’azione legale, a cui Comune e MIUR dovranno adeguarsi, pena in caso di loro inadempimento, il dover fronteggiare ulteriori ricorsi. Il presidente della regione Piemonte Sergio Chiamparino e l’assessore all’Istruzione Gianna Pentenero, in una nota congiunta, come riportato dal quotidiano Repubblica, palesano la loro “preoccupazione del nuovo pronunciamento del tribunale di Torino sul pasto domestico”e, dichiarano “La Regione Piemonte ha già sottolineato in più occasioni il rischio che le sentenze della magistratura possano mettere in discussione l’universalità del servizio mensa e la funzione pedagogica, sociale e di educazione alimentare di cui è portatrice. Siamo fermamente convinti che il tema dei costi troppo elevati della ristorazione scolastica non possa essere affrontato smontando una conquista raggiunta negli anni”….e riteniamo indispensabile avviare un confronto sul tema con il ministero dell’Istruzione… E’ infatti necessario un intervento legislativo di carattere nazionale che colmi il vuoto normativo messo in evidenza dalle decisioni della magistratura”. “Intanto, – concludono Chiamparino  e Pentenero- in attesa della sentenza definitiva della Corte di Cassazione, a cui il Ministero ha manifestato l’intenzione di presentare ricorso, proponiamo a Comuni e autorità scolastiche di costituire un tavolo comune per monitorare la situazione, anche con particolare attenzione al tema della responsabilità di dirigenti e insegnanti, e predisporre eventuali interventi utili a rendere funzionale l’organizzazione scolastica e a ridurre al minimo i disagi di scuole e famiglie”.

Altri interventi come l’assessore regionale alla Sanità, Antonio Saitta,  “non esiste un ‘diritto costituzionale al panino’, prima vengono l’equità e la salute mentre per l’assessora torinese ai Servizi educativi Federica Patti, esponente della giunta Appendino, “E’ giusto che le scuole abbiano attenzione alle singole peculiarità, ma non possono accogliere le pretese individuali delle famiglie”,
(dichiarazione non in linea con il M5S nazionale che già dal novembre 2015 raccoglieva firme per chiedere la possibilità di poter provvedere in modo autonomo al pasto dei figli).

Sicuramente le vicende di questi giorni inducono ad una riflessione sulla ristorazione scolastica che potrebbe spingere chi gestisce le mense a garantire un servizio di maggiore qualità. Un’indagine di Coldiretti/Ixè riporta che l’83% delle mense dovrebbe offrire cibi più sani e più buoni. Infatti non sempre la mensa scolastica è sinonimo di qualità , ancora meno di bontà. Spesso i cibi non vengo consumati dai bambini evidenziando, così, uno spreco per niente educativo. E mentre a scuola, attraverso l’educazione alimentare si sollecitano gli alunni, e indirettamente i genitori,   a privilegiare i cibi a km 0, anche per valorizzare realtà produttive locali, nelle mense,spesso, vengono utilizzati cibi surgelati.

Le tariffe risultano essere troppo alte per molte famiglie, soprattutto in presenza di più figli,e la scelta di portare il cibo da casa sarebbe un grosso sgravio per i genitori.

Ovviamente non è pensabile di far consumare i pasti in un luogo diverso dalla mensa, perché lederebbe il diritto ad apprendere e quindi discriminante in quanto verrebbero a mancare le opportunità formative del “tempo mensa”, momento educativo del progetto complessivo.

Le preoccupazioni in merito alla promiscuità dei cibi e il pericolo di contaminazione, soprattutto alla presenza dei bambini allergici o celiaci, non trova fondamenta considerando che attualmente, tali bambini, pur con pasti specifici, siedono a tavola con altri compagni e ogni giorno, in classe, consumano liberamente la merenda portata da casa per la ricreazione. Inoltre, con la consumazione promiscua, verrebbe meno la necessità di ulteriore personale docente da utilizzare in un luogo diverso dalla mensa.

Continueremo a seguire e approfondire la vicenda auspicando ad un’attenzione ,in primi, da parte del Ministero, affinché colmi il “vuoto normativo” evidenziato dalle decisioni della Magistratura e da parte di tutte le Amministrazioni nell’accogliere le esigenze delle famiglie.

Oggi, più che mai, la scuola esercita la sua funzione in collaborazione con la famiglia; un’ azione coordinata tra le parti, nell’ottica della condivisione di principi, obiettivi e necessità, non può che favorire il dialogo e il confronto per affrontare e superare insieme le difficoltà che, inevitabilmente, la realtà quotidiana comporta.

Una nuova leadership per il Fronte Polisario

di Maddalena Pezzotti

La notizia della scomparsa di Mohamed Abdelaziz Ezzedine, leader del Fronte Polisario – movimento di liberazione sahrawi, e della Repubblica Democratica Araba Saharawi – governo provvisorio di uno stato in attesa di riconoscimento (Sadr, per la sua sigla in inglese), è stata diffusa dalla televisione nazionale in modo telegrafico e frettoloso. Abdelaziz ha condotto gli ultimi cinquant’anni di lotta del popolo sahrawi, in un contesto internazionale e regionale incerto, in cui il progetto di indipendenza si è piegato a mutevoli circostanze terminando per contorcersi. Da una strategia di antagonismo lanciata dall’esilio e le zone liberate dall’espansionismo del Marocco, il Fronte Polisario è progressivamente passato alla protezione delle condizioni di vita di quanti risiedono nelle zone occupate e al dialogo diplomatico, fino alla stasi odierna. Sull’argomento ho realizzato un’intervista a Toby Shelley, giornalista del Financial Times, il quale si è a lungo occupato della questione sahrawi e, oltre a numerosi articoli, nel 2004 ha pubblicato un libro dal titolo “Endgame in Western Sahara. What future for Africa’s last colony?” edito da Zedbooks, che raccomando ai lettori della rivista online di Liberi Cittadini.

MP: Lo storico presidente Mohamed Abdelaziz è scomparso lo scorso luglio, essendo il primo leader dalla proclamazione della Sadr da parte del Fronte Polisario nel 1976. Come si potrebbe descrivere il suo lascito politico?

TS: Abdelaziz è stato a capo di un esercito guerrigliero all’indomani del secondo conflitto mondiale quando il processo di decolonizzazione giungeva a un epilogo incompleto. Ha guidato le negoziazioni per il cessate il fuoco e gli accordi di pace al chiudersi della guerra fredda ed è rimasto al comando di Polisario e la Sadr nel momento in cui il Medio Oriente sprofondava nell’agonia dell’ennesima invasione occidentale e i suoi fragili equilibri interni di potere si frantumavano, alimentando il bacillo dell’estremismo settario sunnita. È sopravvissuto ai colpi di scena della politica interna dell’Algeria, mentore del Fronte Polisario, inclusa la guerra civile del 1990 che minacciò la sua distruzione. Il movimento per i diritti civili sorto nei territori occupati del Sahara Occidentale può considerarsi a pieno titolo il precursore della primavera araba nel Maghreb. E raffreddatasi la primavera, quel movimento è rimasto saldo.

Lo spazio di manovra di Abdelaziz è stato limitato da importanti vincoli derivati dalla sua relazione con l’Algeria. La stragrande maggioranza della comunità rifugiata sahrawi vive sul suolo di questo paese, i campi rimangono lontani dall’essere economicamente autosufficienti, Polisario è armato dall’Algeria, e molti diplomatici sahrawi fanno uso di passaporti algerini. Nel 2003, per esempio, il Fronte venne seriamente minacciato nelle sue aspirazioni di indipendenza da un piano concepito dall’allora rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite, James Baker [ex-segretario di stato americano, ndr], che prevedeva la creazione di un insediamento, seguita da un regime di limitata autonomia, all’interno del Sahara Occidentale. L’Algeria torse il braccio a Polisario affinché la proposta venisse accettata, anche se poi in maniera fortuita il Marocco declinò inaspettatamente la sua adesione al piano.

Nonostante tutto, i risultati del mandato di Abdelaziz sono notevoli. I campi sono stati trasformati da ricoveri tendati per rifugiati traumatizzati in reali città. Le comunità sono ora amministrate attraverso forme di rappresentanza democratica e i retaggi tribali sono stati ridotti al minimo. La liberalizzazione economica ha aumentato la circolazione di merci e valuta, quantunque abbia in seguito contribuito alla dispersione di talento in Europa e nel mondo arabo. Da un punto di vista politico, la Sadr ha costruito e mantenuto riconoscimento diplomatico, assicurando che la propria causa non possa essere spazzata sotto il tappeto delle Nazioni Unite. Ciò ha impedito al Marocco di ottenere approvazione della sua pretesa di sovranità sul Sahara Occidentale.

MP: Il popolo sahrawi è composto da alcune centinaia di migliaia di persone ripartite fra campi rifugiati, territori occupati e comunità etniche localizzate nel sud del Marocco e in Mauritania. Qual è il suo peso politico attuale?

TS: Durante il conflitto armato ha rappresentato una potenziale minaccia per il Marocco che ha preoccupato le potenze occidentali, in particolare la Francia e gli Stati Uniti. La scommessa -persa- di un cessate il fuoco in cambio di una promessa -tradita- di un referendum per la auto-determinazione indica che non rappresenta più quella minaccia. Il Marocco ha massivamente potenziato la propria difesa, mentre con il passare degli anni i combattenti esperti di Polisario e i loro armamenti sono invecchiati. Il coraggio delle persone che vivono sotto occupazione ha mantenuto il Sahara Occidentale nell’agenda internazionale, ma la scala degli insediamenti marocchini, l’isolamento geografico, e le restrizioni per l’accesso della stampa, hanno limitato la copertura della situazione. Al di fuori dell’influenza post-coloniale della Spagna, il movimento di solidarietà è di piccole dimensioni.

Se il cessate il fuoco ha neutralizzato i campi in qualità di centro della lotta, il testimone è passato ai territori occupati. Grazie in parte all’avvento della telefonia mobile e internet, gli esponenti di Polisario in esilio e il movimento dei diritti civili nei territori occupati possono comunicare fluidamente – così come i membri delle famiglie divise dal conflitto, riducendo i rischi correlati alla divisione esterno-interno che ha contraddistinto la classe dirigente di altri movimenti di liberazione.

Polisario ha efficacemente evitato tattiche che potessero costituire atti di terrorismo. Questa disciplina è stata mantenuta malgrado la frustrazione per il mancato raggiungimento dell’indipendenza. Il popolo sahrawi non ha ceduto su nessuna delle linee programmatiche degli accordi di Oslo. La richiesta di un atto di riconoscimento della propria auto-determinazione rimane quindi in piedi [il referendum, a lungo ritardato dal Regno del Marocco, era previsto a sei mesi dalla firma degli accordi, ndr], alla pari del riconoscimento del Consiglio di Sicurezza del loro diritto a tale atto. I sahrawi dei territori occupati continuano a considerare Polisario il loro rappresentante.

MP: Nell’ultima decade, la comunità internazionale ha appoggiato alcuni processi di rivendicazione di autonomia politica sfociati nella creazione di inedite entità statuali che dovrà sostenere in diversa misura. Il progetto di un Sahara Occidentale indipendente è economicamente viabile?

TS: Le risorse naturali del Sahara Occidentale sarebbero più che adeguate per finanziare uno stato sahrawi. Allo stesso tempo, potrebbero addirittura sostentare l’economia del Marocco, salvando la sua industria ittica dal collasso, allargando la sua fetta nel mercato dei fosfati, offrendo potenziale sviluppo turistico, e probabilmente entrando nel commercio di idrocarburi allorché il prezzo del petrolio recuperi terreno e giustifichi il costo dell’investimento esploratorio. Le risorse però non sono sufficientemente estese o strategiche per giustificare l’attenzione dei poteri forti, eccetto per l’ingordigia dell’Unione Europea che ha firmato un accordo di pesca con Rabat che include l’uso delle acque territoriali sahrawi [punto che viola il diritto internazionale e grazie al quale il Regno del Marocco ha anche accesso a programmi comunitari, ndr].

L’economia del Marocco è corrotta. Dietro la facciata di democrazia parlamentare, le politiche del paese sono quelle di un’autocrazia sorretta da una rete pervasiva di sicurezza e informazione interna. Gode del supporto di Parigi e Washington che lo hanno utilizzato alla stregua di un bastione prima contro il comunismo e ora contro l’islamismo radicale. I legami francesi sono più profondi. Il Marocco è parte della franco fonia e molti individui e imprese francesi vi sono profondamente intessuti. A meno che il Marocco sia scaraventato nel disordine che ingolfò l’Indonesia, e creò le premesse per l’indipendenza di Timor Est [l’ex-colonia portoghese è diventata indipendente tramite un referendum popolare tenutosi nel 1999, ndr], la Francia e gli Stati Uniti non turberanno le relazioni con Rabat a favore dei sahrawi.

MP: Brahim Ghali, già ambasciatore in Spagna e Algeria, è stato eletto a succedere Abdelaziz. Considerato parte dell’ala dura, è uno dei fondatori di Polisario nel 1973, e ha condotto le prime azioni contro la forza di occupazione spagnola che hanno dato inizio alla guerra per l’indipendenza del Sahara Occidentale. Quali sfide concrete dovrà affrontare?

TS: La leadership ha bisogno di essere rinfrescata. In un periodo di impasse e frustrazione, è fondamentale che le ultime generazioni comincino ad assumere responsabilità nel movimento. Azioni cosmetiche non saranno sufficienti. È da sperare una rinnovata struttura politica per il Fronte e la Sadr, forse la creazione di un senato in cui i capi storici possano esercitare la propria funzione politica, lasciando che una quota crescente di posizioni sia riempita da giovani. Se ciò non dovesse essere compiuto, il dissenso politico e l’apatia potrebbero attecchire nei campi, accompagnati da un esodo di persone giovani.

L’era del premier Bouteflika [eletto nel 2014 per il suo quarto mandato, ndr] sta giungendo alla sua conclusione e Polisario dovrà adattarsi alla prossima presidenza. Nel passato, ci sono stati timori che cambi nel governo algerino avrebbero potuto essere forieri della fine dell’appoggio al popolo sahrawi o di un compromesso radicale con il Marocco. Questi timori, mai materializzati, sorgeranno ancora, e questa volta l’economia algerina sta vacillando sotto la pressione del prezzo del petrolio, che potrebbe relegare il supporto ai sahrawi a un livello di bassa priorità. Con anni di esperienza da uomo di raccordo fra Polisario e Algeri, Brahim Ghali è oltremodo qualificato per gestire questa sfida.

La stretta sulla popolazione nei territori occupati è intensa. La dura campagna per l’estensione del mandato dell’organismo di monitoraggio delle Nazioni Unite per il cessate il fuoco alla verifica del rispetto dei diritti umani è stata azzerata dalla Francia [la minaccia di veto francese del 2010 è confluita nella Risoluzione 1920, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, che ratifica lo status quo, ndr] e, da quel momento, Rabat ha mostrato un atteggiamento di grande impunità, arrivando a richiedere la rimozione di un certo numero di funzionari dell’Onu. Ghali deve fare della sicurezza di coloro che vivono sotto occupazione un’alta priorità e garantire la massima esposizione pubblica del loro status. Con la segregazione dei campi, la protesta nei territori occupati è l’unico segnale della continuazione della resistenza.

MP: Un’insurrezione di sedici anni, conclusasi con la tregua del 1991 e l’orizzonte di un referendum sull’indipendenza che non ha mai avuto luogo – qual è il tuo apprezzamento del lavoro dell’Onu negli ultimi venticinque anni?

TS: Il processo gestito dalle Nazioni Unite ha defraudato il popolo sahrawi e avvantaggiato il Marocco. Esattamente come Israele sotto le ali degli Stati Uniti ha continuato indisturbato con gli insediamenti illegali nella Striscia di Gaza, e l’annessione di Gerusalemme, con metodi ancora più ingegnosi per intrappolare i palestinesi, il Marocco ha sfruttato la protezione della Francia, la complicità degli Stati Uniti, e l’indifferenza di altri membri del Consiglio di Sicurezza, per sotterrare gli accordi di pace. Gli infiniti incontri diplomatici, dialoghi di avvicinamento, proposte per negoziazioni dirette, hanno fallito completamente. Non hanno ottenuto altro che offrire più tempo al Marocco per rafforzare la sua posizione nei territori occupati.

MP: La conversazione fin qui sostenuta conduce a una riflessione sulla futura direzione della sofferta lotta per l’auto-determinazione. Nella presente congiuntura, quali soluzioni sono possibili e quali irrealizzabili?

TS: Il fantasma di un ritorno a un confronto violento, reiterato dopo ogni frustrazione in campo diplomatico, non è probabile che si materializzi e nell’eventualità che lo fosse le possibilità di successo sarebbero scarse. I sahrawi potrebbero tentare di irritare il Marocco, e il Consiglio di Sicurezza, con incursioni di disturbo, ma non hanno più l’expertise, l’esperienza o l’arsenale militare, per un serio ricatto. Qualsiasi altra operazione, che non fosse circoscritta e non direttamente imputabile alla Sadr, richiederebbe la “benedizione” dell’Algeria. Potrebbe fare parte di una più ampia strategia, non più di questo.

La trasformazione del territorio di Polisario a est della difesa marocchina in uno stato indipendente completamente funzionante non è possibile. Le caratteristiche ambientali, la mancanza di risorse, e il costo relativo a qualsiasi sviluppo in quei luoghi, lo impedisce. Sorge comunque la domanda riguardo alla fattibilità di un’ulteriore partizione del Sahara Occidentale [le terre dove vivevano i sahrawi erano state precedentemente divise negli anni ‘50 per effetto dell’assegnazione a Rabat del territorio spagnolo nel Marocco meridionale, ndr].

MP: La proposta di uno stato indipendente nel territorio controllato da Polisario, integrato da una parte dei territori occupati, in una qualche forma di federazione con il Marocco, ventilata dal rappresentante speciale dell’Onu, Cristopher Ross, è meritevole di considerazione?

TS: Sembra un’ipotesi interessante per far avanzare la discussione, sebbene si scontri d’immediato con un ostacolo ben conosciuto. Si tratterebbe di una federazione fra uguali o, come il Marocco reclamerebbe, una maschera per non più di una limitata autonomia per il Sahara Occidentale?

Se la popolazione dei campi non può combattere e non può votare, non ha alcun potere nell’assicurare l’auto-determinazione nazionale aldilà del bussare alla coscienza indurita del mondo a fronte di emergenze e disastri naturali. Nel frattempo, la gente dei territori occupati è sempre più numericamente ridotta [per la massiccia immissione tattica di coloni marocchini nei territori occupati, ndr] e marginalizzata.

Non è il compito di estranei quello di dire ai sahrawi quale strategia adottare. È comunque il compito di amici di lunga data quello di suggerire l’urgenza di un dialogo nazionale e il vaglio di opzioni sinora “non concepibili”, non fosse altro che per rigettarle a discussione conclusa.

MP: Avendo viaggiato in numerose occasioni nei campi rifugiati e i territori occupati, ed essendo stato in contatto con i principali attori, a tuo parere, quale opzione si dovrebbe prioritariamente abbracciare nell’ambito dell’auspicato dialogo nazionale?

TS: È pura fantasia concepire una strategia che richieda l’attuazione di un ritorno immediato e senza riserve dei rifugiati nei territori occupati sotto l’egida delle Nazioni Unite? Non ci sarebbe necessità di un accordo politico con Rabat, semplicemente la realizzazione del diritto al ritorno [il diritto al ritorno nel proprio luogo di origine in condizioni di pace è sancito internazionalmente e protetto dalle Nazioni Unite ndr]. A quel punto, i ritornati si unirebbero al movimento per i diritti civili e il loro numero aiuterebbe a capovolgere l’onda demografica. Di nuovo nella loro terra, potrebbero dare inizio a una fase promettente.

A dispetto di ogni avversità di tipo militare, ambientale, demografico, e diplomatico, i sahrawi sono sopravvissuti in quanto un popolo con un’aspirazione comune. La Sadr è riconosciuta da molti governi. È membro a pieno titolo dell’Unione Africana dal 1982, a differenza del Marocco e propriamente a motivo del Sahara Occidentale. D’altra parte, tutti i fattori che non hanno permesso a Abdelaziz di vederla realizzata nel corso della sua vita permangono con tenacia. Salvo che l’Algeria non decida di abbandonare Polisario e stringere un’alleanza con il Marocco, suo naturale rivale geo-politico, e lo stesso Marocco non cada in un caos siffatto da non riuscire a perseguire le sue tradizionali politiche regionali, il movimento di liberazione continuerà a essere irrimediabilmente frenato. L’Unione Europea dei diritti e delle libertà si è dimostrata inconsistente, se non pregiudizievole; e l’operato dell’Alta Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, come peraltro in molti altri ambiti di diritto umanitario, irrilevante. In questo scenario, sarebbe forse incentivante un ruolo attivo degli stati africani più influenti nella risoluzione di questa annosa disputa. Un’ampia rivalutazione della strategia globale è senza dubbio il primo obbligato passo della consegna delle redini di Polisario. Potrebbe persino essere un’occasione per l’Italia, nel suo pur risicato anno al Consiglio di Sicurezza, per acquisire credibilità nella promozione della democrazia, la giustizia e lo sviluppo nel Mediterraneo.

Mai più un’altra Amatrice

di Redazione

 

Liberi Cittadini ha scelto di tacere, sulla prontezza degli interventi, sulle visite istituzionali, sulle responsabilità civili e penali: oltre il lutto per gli amici che hanno perso figli genitori e la propria storia, chiede adesso a gran voce precise iniziative.

Proposte concrete, tempestive, e soprattutto perseguibili.

Partiamo da una proposta di legge a firma del Presidente del nostro comitato scientifico, Prof Antonio Borghesi, che mira a dare un ulteriore forte e decisivo impulso alla riqualificazione energetica di tutta l’edilizia residenziale stabilendo la detrazione del 45 per cento – in luogo dell’attuale 55 per cento – per le eco-ristrutturazioni effettuate su tutto l’edificio, definite dalle nuove norme, calcolate però sull’intero importo delle spese sostenute e documentate, togliendo quindi il «tetto» di spesa massima da portare in detrazione, attualmente previsto dalla normativa vigente. Tale percentuale sarebbe inoltre strettamente connessa alla sostenibilità dell’iniziativa senza oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica. (In condizioni che permettano invece di destinare risorse aggiuntive permetterebbe ovviamente di far salire il 45% fino al 55% o anche oltre.

A latere, il disegno di legge prevede la possibilità per i proprietari dell’immobile di poter accendere un mutuo garantito al 100 per cento dallo Stato.

In questa prospettiva di investimento, chiediamo allora un sistema assicurativo misto, pubblico/privato, che sia esteso anche agli edifici pubblici, dal momento che laddove il cittadino abbia l’onere di un’ assicurazione in supplenza dello stato, questo non abbia ad usare le tasse dello stesso cittadino per risarcire i propri danni. Ovviamente va da sé la completa detrazione delle tasse assicurative.

Trattasi perciò di un provvedimento che, promuovendo entro un ragionevole termine la messa in sicurezza degli edifici privati, preveda la completa detrazione fiscale delle spese in un tempo ridotto (max 5 anni) e la certificazione anche delle opere minime da parte di ingegneri abilitati, che emettono così anche la certificazione del grado di sicurezza sismica degli edifici, utile a determinare le condizioni assicurative.

Se per lo stato diventa un costo, viene coperto dall’emersione dell’ evasione fiscale del settore edilizio, come ampiamente verificato con le detrazioni attuali che danno un bilancio in attivo tra deduzioni e maggiori entrate fiscali.

Costantino De Blasi, intervistato da Linkiesta, sottolinea che «In caso di evento massimo, come un terremoto, non ci sono i vantaggi che un’assicurazione dà in caso di evento singolo. Anche sul fronte dei tempi, ho il sospetto che le compagnie non darebbero incentivi prima di un piano di ricostruzione approvato con una delibera del Cipe. Quello che cambia è la sicurezza di avere gli indennizzi dalle società di assicurazioni, e questo potrebbe ridurre i tempi in cui un assicurato vive in tenda o in una struttura provvisoria».

Niccolò Rinaldi, presidente di Liberi Cittadini, chiederà al senatore a vita Renzo Piano di farsi garante per presentare una legge organica: una “Legge Piano” che, in linea con le sue recenti dichiarazioni, sia di testimonianza di meriti e capacità che l’Italia può, e deve esprimere: una legge che renda giustizia ai morti di ogni terremoto e investa la memoria in un futuro degno di un paese europeo.