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Fondamentalisti della libertà, della competenza e della responsabilità.
La nostra politica è quella del
merito, dell’etica e della consapevolezza.

La politica come arte e passione di vita. Ma anche come cultura, scienza e ricerca quotidiane.

La nostra ispirazione è il merito con cui ogni persona rende grande il proprio paese quando scelga di esprimerlo liberamente: tutti quei cittadini che hanno dimostrato un’altra Italia possibile, solo con il proprio credo.

Grazie a questa prospettiva, completamente nuova e fuori da ogni ideologia nazionale, Liberi Cittadini vuole restituire alla politica quella dignità che le appartiene ovunque, ad eccezione che nel nostro paese dove è sinonimo di mediocrità, opportunismo e clientelismo.

Il paese che cerchiamo di costruire insieme, è un paese normale: uno stato laico a tutela di ogni credo, una società moderna forte della propria tradizione, un paese europeo nei fatti e non nelle chiacchiere.

 

 BENVENUTO A TUTTI, MA CON UN “MA” CHE VIENE DALL’AUSTRALIA

Il presidente, Niccolò Rinaldi (www.niccolorinaldi.org) : “In tanto balbettare, o strillare, su migranti e ius soli (due cose peraltro ben diverse), nessuno in Italia ha riportato questa dichiarazione dell’ex primo ministro australiano John Howard, che ha suscitato molta indignazione tra alcuni musulmani del suo paese. Solo alcuni, sia chiaro, perché molti altri si sono sentiti rassicurati dalle sue parole che rappresentano un chiaro baluardo verso quelle derive fondamentaliste da cui molti musulmani vogliono per primi difendersi.

Il percorso di Howard, liberale, gli ha evitato accuse di razzismo o altro. E le sue parole per me hanno il dono della chiarezza e dell’equilibrio tra integrazione e identità, come primo imprescindibile passo verso la vera accoglienza.
“Prendere o lasciare, sono stanco che questa nazione debba preoccuparsi di sapere se offendiamo alcuni individui o la loro cultura. La nostra cultura si è sviluppata attraverso lotte, vittorie, conquiste portate avanti da milioni di uomini e donne che hanno ricercato la libertà.
La nostra lingua ufficiale è l’INGLESE, non lo spagnolo, il libanese, l’arabo, il cinese, il giapponese, o qualsiasi altra lingua. Di conseguenza, se desiderate far parte della nostra società, imparatene la lingua!
La maggior parte degli Australiani crede in Dio. Non si tratta di obbligo di cristianesimo, d’influenza della destra o di pressione politica, ma è un fatto, perché degli uomini e delle donne hanno fondato questa nazione su dei principi cristiani e questo è ufficialmente insegnato. E’ quindi appropriato che questo si veda sui muri delle nostre scuole. Se Dio vi offende, vi suggerisco allora di prendere in considerazione un’altre parte del mondo come vostro paese di accoglienza, perché Dio fa parte delle nostra cultura. Noi accetteremo le vostre credenze senza fare domande. Tutto ciò che vi domandiamo è di accettare le nostre, e di vivere in armonia pacificamente con noi.
Questo è il NOSTRO PAESE; la NOSTRA TERRA e il NOSTRO STILE DI VITA. E vi offriamo la possibilità di approfittare di tutto questo. Ma se non fate altro che lamentarvi, prendervela con la nostra bandiera, il nostro impegno, le nostre credenze cristiane o il nostro stile di vita, allora vi incoraggio fortemente ad approfittare di un’altra grande libertà australiana: IL DIRITTO AD ANDARVENE. Se non siete felici qui, allora PARTITE. Non vi abbiamo forzati a venire qui, siete voi che avete chiesto di essere qui. Allora rispettate il paese che Vi ha accettati”.

 

IUS SOLI ED I TANTI ITALIANI SENZA CITTADINANZA

Valeria Viara, responsabile Immigrazione LC: “Nessuna fiducia per lo Ius Soli: hanno vinto la paura e la disinformazione. La legge, senz’altro perfettibile, è stata sacrificata sull’altare del consenso elettorale.
La legge avrebbe permesso a circa 800 mila ragazzi nati e cresciuti in Italia, che qui studiano e che spesso non hanno mai messo piede nel Paese d’origine dei genitori, di essere a tutti gli effetti italiani. Non si sarebbe trattato di “regalare” la cittadinanza, ma di prendere atto che questi giovani si sentono italiani e qui intendono vivere, per questo la legge non va confusa con lo ius soli puro all’americana, ma è un vero e proprio ius culturae, quindi temperato e vincolato alla scolarizzazione e quindi all’integrazione.
Il dibattito politico sul tema è stato aspro e ha messo in campo argomenti che nulla hanno a che vedere con il disegno di legge (terrorismo, migranti…), un vero minestrone di disinformazione.
Da madre che frequenta le scuole italiane mi chiedo come possa la politica italiana ignorare completamente la realtà che vivono questi 800 mila “Italiani senza cittadinanza” e anche i nostri figli che non capiscono come il compagno di banco che tifa la Nazionale ai mondiali non sia italiano. Certo a 18 anni potranno chiedere la cittadinanza, ma con un iter complicato ed escludente e fino alla maggiore età non avranno quelle tutele che vengono garantite a chi è italiano anche sul passaporto. Non si tratta di welfare, ma di dignità, di poter fare un viaggio studio, di poter far parte di federazioni sportive senza penalizzazioni, di non aver paura di ciò che succederà a 18 anni. I dati parlano chiaro: questi 800 mila ragazzi sono spesso i migliori studenti delle nostre scuole, sono perfettamente integrati, hanno alle spalle famiglie che qui lavorano e pagano le tasse e non torneranno mai nel Paese dei genitori.
La politica come troppo spesso accade non comprende la società e rincorre i voti senza alcuna lungimiranza.
Si è parlato anche di cittadinanza europea, dimenticando, però, che nessun politico in Europa si sta impegnando per un vero federalismo.
Passeranno anni prima di avere uno ius soli e intanto continueremo ad avere giovani italiani senza cittadinanza.
Vi invito a visitare la pagina Facebook “Italiani senza cittadinanza” per conoscere meglio le storie di questi ragazzi che spesso sono la parte migliore della nostra Italia”.


 IUS SOLI, SIATE LIBERI

Noi chiediamo ai cittadini, di essere consapevoli, informati e convinti: in una parola liberi. Per questo vi chiediamo di sostenere una legge che riconosce la cittadinanza a tanti cittadini di fatto italiani.

Sottoscrivi e condividi l’appello, clicca qui: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeOOqqJgs1gaSPqsp-l1_flVKFPiveQu1FBGbWN3rsUV9aTPA/viewform


 

LA CONCORRENZA FA BENE AL MERCATO

 

 

Il presidente del comitato scientifico LC, Andrea Giuricin, oggi su Il Foglio:

“La decisione di chiudere la Milano Malpensa – Roma Fiumicino è una scelta industriale che risponde alla giusta logica di mercato.

Mantenere aperte delle rotte non economicamente sostenibili porta al fallimento delle compagnie aeree, come ha dimostrato in passato l’Alitalia pubblica.

Easyjet è di gran lunga il primo operatore aereo su Malpensa e nel corso degli anni ha “salvato” lo scalo milanese grazie allo sviluppo continuo di rotte, tanto che la compagnia britannica ormai conta per circa il 40 per cento del traffico dello scalo milanese.

Perché la decisione di chiudere questa tratta da parte di Easyjet, dopo che Alitalia aveva fatto una scelta simile pochi mesi fa?

La conclusione della costruzione dell’infrastruttura alta velocità tra Milano e Roma a fine del 2009 e la successiva entrata di Italo nel mercato ferroviario ha portato ad una rivoluzione del modo di viaggiare degli italiani. La concorrenza del treno alta velocità sta portando a grandi cambiamenti nel trasporto italiano. Evidentemente il treno lento e i No Tav non sono troppo in sintonia con il paese, visto lo shift modale dall’aereo al treno negli ultimi anni. Il treno alta velocità ha ormai il 73 per cento della quota modale nel 2016, contro il 36 per cento che aveva nel 2008.

L’aereo che era il mezzo prevalente è ormai relegato a meno del 20 per cento dei viaggi e questo è avvenuto in buona parte alle azioni dei Governi Italiani che hanno anticipato addirittura quello che succederà nei prossimi anni in Europa: la liberalizzazione del mercato alta velocità. L’Italia infatti è stato il primo paese ad aprire alla concorrenza nel settore alta velocità ferroviaria e dal 2012 questo ha permesso una caduta dei prezzi di circa il 40 per cento. Al tempo stesso, l’arrivo della concorrenza ha portato ad un incremento dell’offerta con un treno anche ogni 10-15 minuti negli orari di picco.

La liberalizzazione porta efficienza ed ha permesso al treno di essere competitivo, tanto che, ad esempio, il costo per posto chilometro offerto di Italo è inferiore a quello di Easyjet, che rimane una delle compagnie aeree più profittevoli in Europa.

Ma non tutti sono d’accordo: si sono infatti alzate voci contro la chiusura di questa tratta Malpensa-Fiumicino poiché dovrebbe essere interesse dello Stato il mantenimento dei collegamenti.

Il punto chiave è comprendere quale fosse il livello di domanda per tale rotta, visto che ormai anche chi abita a Varese o dintorni ha convenienza ad andare a Milano Centrale per prendere il treno ad alta velocità, visti anche i tempi che sono necessari per i controlli aeroportuali.

Se anche ci fosse un “interesse della collettività”, non è necessario avere un’Alitalia pubblica o compagnie di bandiera per proteggere tali interessi.

Da decenni esistono gli oneri di servizio pubblico per “coprire” quelle rotte non profittevoli e il modo migliore per assegnare questi contributi è ancora una volta l’assegnazione tramite gara.

La trasparenza va di pari passo con la riduzione degli sprechi, ma in Italia le voci si alzano spesso voci di socialismo incalzante, specie dai nuovi partiti.

Questa chiusura da parte di Easyjet dimostra invece proprio il funzionamento del mercato, con la concorrenza che arriva da un settore ferroviario competitivo grazie alla liberalizzazione iniziata nel 2012”.


DATI ISTAT: QUALE RIPRESA?

 

Sandro Mandini, consigliere fondativo Liberi Cittadini: “Nella statistica i dati non rappresentano solo quantità, ma fotografano ed indicano situazioni, tendenze, possibilità, ecc..; così i numeri finiscono inevitabilmente per diventare opinioni.

Il fatto che nel nostro paese ci siano più tifosi che sportivi non agevola la lettura dei dati statistici: noi ci asteniamo dalla lettura tifosa degli ultimi dati Istat -che registrano la crescita degli occupati, sopra 23 milioni per la prima volta dal 2008- e lo assumiamo come dato positivo, d’altro canto registriamo la disoccupazione giovanile in salita al 35,5% come dato negativo.

Il Governo è contento, le opposizioni fanno critiche, tutto nella norma. Tra un po’ di tempo usciranno altri dati che registreranno variazioni del più o meno zero virgola e ripartirà la sceneggiata. Anche per questo, tutto nella norma.

Ma da questo mese inizieranno anche le discussioni sulla legge di stabilità che conterrà, o perlomeno dovrebbe contenere, anche le scelte strategiche per uscire dalla crisi: il costo del lavoro è tra i primi nodi da affrontare.

Triste il primato dei lavoratori italiani che si trovano ad operare nell’unico paese dell’Unione Europea in cui il costo del lavoro è in calo.

A renderlo noto sono gli ultimi dati pubblicati da Eurostat sul costo dell’ora lavorata relativi al 2016 e che evidenziano come dinanzi ad una crescita in Europa dell’1,4% annuo, in Italia si segnala un calo dello 0,8%, cosa che non si è registrata in nessun altro paese e questo è un fatto.

In Italia il costo del lavoro è leggermente inferiore al livello medio europeo, ossia a 27,8 euro contro i 29,8 dell’intera area monetaria, ed è tornato – come indica l’Eurostat – ai livelli del 2012, quando si trovava a 27,70 euro. Il costo del lavoro che prende a riferimento l’Eurostat è costituito da buste paghe e costi non salariali per l’azienda, quali i contributi sociali dei datori di lavoro.

Da più parti si sostiene che è ancora troppo alto e per diminuire la disoccupazione Confindustria avverte il Governo: servono “investimenti massivi per l’assunzione dei giovani”, perchè le misure in cantiere possano avere successo “occorrerà investire risorse sufficienti a garantire la piena decontribuzione fiscale per i primi tre anni”, dicono gli industriali. “Solo in presenza di scelte mirate sarà infatti possibile aprire le porte delle imprese a 900mila giovani nel triennio affrontando con coraggio e determinazione quello che possiamo considerare il principale problema del Paese”.

Questa è la stessa Confindustria che prima del referendum costituzionale prevedeva la catastrofe economica nel caso di vittoria del NO.

Tagliamola corta: in questi ultimi anni tra bonus, incentivi, detrazioni, super ammortamenti ed altro, le imprese hanno goduto di molte agevolazioni che hanno consentito non solo di riportare i bilanci in positivo ma anche di fare utili. Nonostante questo, rimaniamo il fanalino di coda della ripresa economica europea.

Allora, con buona pace di Confindustria, forse è giunta l’ora di superare la politica economica dei bonus e “una tantum”, per passare ad una politica che inserisca l’economia in una nuova visione del Sistema Paese, dove anche le imprese ritornino ad investire per cogliere le opportunità della ripresa economica, crescendo, diventando competitive e facendo occupazione senza ricercare le solite scuse o pretendere che lo stato, oltre alla decontribuzione, si faccia anche carico di pagare i salari.

 


LIBERI DAGLI ORDINI

 

Un recente provvedimento -di sospensione di due mesi da parte dell’Ordine dei giornalisti nei confronti di un noto professionista- ha riacceso il dibattito sulla legittimità degli ordini professionali: Liberi Cittadini rilancia una battaglia del suo fondatore, prof. Antonio Borghesi, per la riforma di questo istituto illiberale, e soprattutto inutile.

Nell’ Italia democratica e repubblicana vige una legge del 1938 secondo cui “Possono esercitare la professione solo gli iscritti agli Albi; non possono essere iscritti e, se iscritti, devono essere cancellati coloro che non siano di specchiata condotta morale e politica e che non svolgano attività contrarie agli interessi della Nazione, provvedimento emanato in un clima di leggi razziali e volto ad impedire l’esercizio professionale ad ebrei, antifascisti ed omosessuali.
“Non possono esercitare la professione solo gli iscritti all’albo(…) non possono essere iscritti e, se iscritti, devono essere cancellati coloro che non siano di specchiata condotta morale e politica”.
Ma nel 2017, liberi cittadini (con un proprio orientamento politico, ideologico, religioso, sessuale, etico, morale ed estetico) che abbiano superato l’esame di Stato, sono ancora costretti ad iscriversi ad un’associazione di categoria per esercitare la libera professione.
Quale ratio risolverebbe l’obbligatorietà della iscrizione agli Albi ai fini dell’esercizio professionale? La qualità delle prestazioni professionali future, nonostante il consiglio di un ordine sia incompetente, per legge, ad esprimere giudizi di qualità …

Luigi Einaudi sosteneva che “ Gli Ordini possono anche rimanere per quelli che intendono iscriversi, l’importante è che venga eliminata la obbligatorietà della iscrizione ai fini dell’esercizio professionale”, esattamente come gli ordini professionali europei e americani che si basano su precise norme di deontologia professionale e hanno una funzione meramente etica e non sindacale come quelli italiani.
Liberiamo quindi le professioni da oneri di forma e assicuriamo ai cittadini meriti di sostanza.

Stiamo organizzando convegni ed iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica e a impegnare le istituzioni alla riforma necessaria: contribuisci con le tue proposte, le metteremo in rete perché altri possano farle proprie.
Mandaci idee e contenuti, segnalaci iniziative, attivati nelle modalità che ritieni più utili, sapremo seguirti.

 


PICCOLO MANIFESTO LIBERALDEMOCRATICO

 

 

Niccolò Rinaldi, già vice presidente del gruppo ALDE al parlamento europeo, presidente di Liberi Cittadini :

1. Cresciuto alla scuola repubblicana, mi considero liberaldemocratico. Lo sono perché sono convinto che l’Italia abbia bisogno, da sempre, di una botta di liberal-democrazia, con poche leggi ma molto chiare, con una norma trasparente che prevalga sull’arbitrio, ovvero con la supremazia dello stato di diritto rispetto all’abuso, o al suo diminutivo, l’opaca discrezione, dove al cittadino sia permesso di affermare la sua scelta, di espandere la sua capacità, di creare il proprio spazio vitale, professionale, conoscitivo. Ovvero, perché ho talmente rispetto per la burocrazia, sono liberaldemocratico perché voglio una burocrazia al suo posto e solo lì, semplice, accessibile, evidente nella procedura e nelle finalità – che si tratti di pagare una tassa o di esercitare un’attività.
Sono liberal-democratico perché sono convinto che in Italia il mercato e anche lo Stato debbano essere aperti, con molte maggiori liberalizzazioni, sottoposte a garanzie e sempre nell’interesse non dei privati ma della collettività – dunque, diversamente da come adesso.
Sono liberale perché la laicità è ancora un’emergenza nel nostro paese. E intendo per laicità non solo la separazione tra Stato e Chiesa, ancora non del tutto compiuta in Italia (si legga la proposta di legge di revisione del Concordato, presentata da Possibile, per permettere alla magistratura italiana di perseguire i pedofili che si annidano nel clero, per capire l’ennesimo ritardo nazionale su cui tutti tacciono), ma anche la separazione tra Stato e corporazioni di ogni sorta, tra politica e affari. Intendo la laicità come l’impermeabilità dello Stato rispetto alle faziosità dei clientelismi e delle mille parrocchie familiari e particolari. Per me la laicità è anche questo: più Stato nello Stato e meno Stato nel mercato, e più mercato nel mercato e meno mercato nello Stato.

2. Ancora di più sono europeista, e lo sono da figlio di una tradizione che ha sempre visto nella patria e nel proprio “municipio” l’imprescindibile valore della comunità di origine, comunità amate perché si aprono, e da aprire amandole. Sono persuaso da quanto oltre mezzo secolo fa asseriva Altiero Spinelli, cioè che il vero discrimine ormai non sia più secondo le tradizionali linee di destra e sinistra, conservatori e progressisti, ma tra i ferventi europeisti e gli altri. Tra gli “altri” non metto solo i sovranisti che si oppongono al processo d’integrazione, ma anche tutti quegli europeisti a metà, che invocano maggiore “coordinamento” tra i vari paesi, che si accontentano del metodo inter-governativo. Sono per gli Stati Uniti d’Europa, con un solo governo e solidi principi di sussidiarietà, con un popolo consapevole del suo destino comune.
E ritegno che questa sia la scelta del coraggio, della bellezza e dell’intelligenza, perché nei suoi duemila anni e passa di storia l’Europa non ha conosciuto un progetto altrettanto civile e pacifico, e perché so bene, come in realtà sanno tutti, anche coloro che ingannano affermando il contrario, che solo con un’Europa unita, e non meramente “integrata” o “solidale”, possiamo affrontare ognuna delle sfide del nostro tempo con qualche probabilità di successo. E sono contento di appartenere al mondo liberale, fermamente europeista – da sempre, fin dal Risorgimento, e poi dalla Resistenza, dalla ricostruzione, e non da Maastricht…

3. Sono di sinistra, perché sono convinto che nel nostro paese vi sia poca giustizia sociale, tra settori della cittadinanza poco tutelati, forbice salariale che continua a crescere e scarsissima mobilità sociale. Lo sono ancora di più in Italia, paese dove l’illegalità la fa spesso da padrona, anche deprimendo la meritocrazia, e dove è necessaria un’attenzione particolare ai settori con minori tutele, o addirittura privi di tutela, che non possono essere lasciati in balia di aggiustamenti del mercato che si vorrebbero naturalmente virtuosi.
Da liberaldemocratico aborro mance assistenzialistiche e propagandistiche, e sono convinto che occorrano politiche di coesione sociale non conservatrici e paternalistiche, ma capaci di mettere chiunque, in base alle sue precise condizioni, di sviluppare la propria persona. La prima di queste politiche è una scuola e poi un’università di qualità per tutti. Pubblica la prima, anche privata la seconda, ma con meccanismi che la rendano accessibile anche a chi ha meno.
Sono di sinistra perché ritengo, e ancora una volta soprattutto in un’Italia disastrata, che la protezione dell’ambiente abbia bisogno di una politica non sclerotica, non burocratica, non formalmente ingessata a tal punto da permettere troppi abusi, ma che salvaguardi il nostro territorio, mettendolo in sicurezza dai suoi dissesti e valorizzandolo nella sua bellezza.
Ho fatto tanta strada e ancora spero di farne con amici che di sinistra non sono, anche perché se uno più due e più tre fa sei, non appartengo alla sinistra socialista o addirittura post-comunista, ma appunto a quella democratica e liberale, gobettiana e lamalfiana, europeista da Mazzini a Spinelli, che ha sempre saputo coniugare mercato e diritti civili, programmazione dell’interesse collettivo e libertà dell’individuo.

4. Non sono per la solitudine dei liberal-democratici e non ho paura delle alleanze, anzi. Sono consapevole che questa cultura è restata finora minoritaria, in un’Italia dominata da tante chiese – ultima delle quali quella del populismo e dei personalismi, con nuovi idoli da portare in processione. Ma so che il pensiero liberale, repubblicano, radicale è anche azione, e può essere il sale della politica, contaminando con le sue idee, con la caparbietà di chi è abituato a mettersi nella scomoda posizione delle minoranze, altre sponde politiche. So che il laico è per definizione un animale di frontiera, pronto all’ascolto degli altri e che non si accontenta della pur nobile testimonianza. Da liberale non demonizzo nessuno a priori e sono pronto a riconoscere tutto ciò che ci sia di buono in altri percorsi.

5. Per me il mio primo alleato sarà comunque l’altro liberale. Anche se potremo dividerci su molte politiche, lo troverò sempre laico ed europeista, e da destra a sinistra condivideremo sempre un alfabeto comune. Difendo sempre dunque la scelta di unire i liberaldemocratici italiani, paradossalmente inclini a dividersi più di qualsiasi altro, e quelli europei, e anche quelli africani, asiatici, americani – che poi è ciò che ho concretamente cercato di fare da deputato e anche da funzionario dell’ALDE. E se non sarà possibile, non avrò paura a lavorare con altri che condivideranno qualcosa del nostro progetto, convinto che i liberaldemocratici hanno valori veri, conoscono l’analisi critica, coltivano il dubbio, e solo così restano sorridenti e volitivi.
Ecco, le mie poche ma solide ragioni per andare avanti”.

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La Rivista

Il rebetiko e le lezioni della storia

di Maddalena Pezzotti

Se siete capitati qualche volta in Grecia, e non avete passato le vacanze a bere spritz in un locale à la page gestito da italiani, forse vi sarete imbattuti in quella che per il turismo disattento è approssimativamente “musica tradizionale”. Vi sarà sembrato di vedere un mandolino, magari l’avrete chiamato banjo; in realtà, quello che […]