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Fondamentalisti della libertà, della competenza e della responsabilità.
La nostra politica è quella del
merito, dell’etica e della consapevolezza.

La politica come arte e passione di vita. Ma anche come cultura, scienza e ricerca quotidiane.

La nostra ispirazione è il merito con cui ogni persona rende grande il proprio paese quando scelga di esprimerlo liberamente: tutti quei cittadini che hanno dimostrato un’altra Italia possibile, solo con il proprio credo.

Grazie a questa prospettiva, completamente nuova e fuori da ogni ideologia nazionale, Liberi Cittadini vuole restituire alla politica quella dignità che le appartiene ovunque, ad eccezione che nel nostro paese dove è sinonimo di mediocrità, opportunismo e clientelismo.

Il paese che cerchiamo di costruire insieme, è un paese normale: uno stato laico a tutela di ogni credo, una società moderna forte della propria tradizione, un paese europeo nei fatti e non nelle chiacchiere.

 

 

 

 

 

 

ISCHIA, QUANDO CROLLERA’ IL COLPEVOLE AGIRE DELL’UOMO ?

 

Sandro Mandini, consigliere fondativo Liberi Cittadini: “Purtroppo ancora una volta la forza della natura ha causato morti, feriti, distruzione.

Esprimendo vicinanza ai familiari delle vittime e a chi ha subito danni e profondi disagi, anche noi ci chiediamo se si possano considerare regolari gli effetti di un terremoto avvenuto a soli 5 chilometri di profondità, per una magnitudo di livello poco superiore al 4 della Scala Richter.

Secondo il presidente del Consiglio nazionale dei Geologi Francesco Peduto, no. “E’ francamente allucinante che un terremoto di tale magnitudo possa provocare danni e vittime nel nostro Paese. Che si conferma estremamente vulnerabile. Quello che lascia più interdetti è la mancanza di atti concreti per la prevenzione”.

Eccola ritornare, dunque, la parola chiave: prevenzione.

Dopo il devastante terremoto di un anno fa nell’Italia centrale, si è parlato di tante cose, dall’informativa alle popolazioni alle lezioni nelle scuole, dal fascicolo del fabbricato alle assicurazioni sui fabbricati, dal rifinanziamento della carta geologica a quello per la microzonazione sismica fino alla necessità di abbattere le case abusive. Ma tra le tante chiacchiere, quasi nulla di concreto è registrato.

Anzi, qualcosa in realtà si è fatto: qualcosa come la recente legge varata proprio dalla regione Campania, come il disegno di legge Falanga e la clamorosa defenestrazione del sindaco di Licata!

Gli eventi di ieri sera occorrono in questo contesto: Ischia, nel corso dei decenni, è stata sottoposta a una sistematica speculazione edilizia e ad un abusivismo colpevolmente tollerato, si è costruito anche là dove leggi e buon senso non lo avrebbero permesso e, in molti casi, lo si è fatto di fretta, utilizzando materiali e tecniche di scarsa qualità e senza prevedere alcun accorgimento antisismico, di un patto sottotraccia, una contiguità malata tra interesse pubblico e privato
Quel sistema presente in tanti territori del nostro Paese, ma emerge sempre particolarmente concentrato nelle regioni del sud dove amministra ogni equilibrio politico.

Va necessariamente rovesciata la logica perversa che subordina l’agire politico e amministrativo alla ricerca di consenso. Ed allo stesso tempo, c’è bisogno di un salto di qualità culturale da parte dei cittadini, che includa legalità e rispetto delle regole quali valori imprescindibili.

Basta parlare di abusivismo di necessità, parliamo di diritti: diritto al lavoro, alla casa, all’istruzione, alla salute, alla sicurezza, insomma di quei diritti sanciti da una Costituzione purtroppo ancora ampiamente inapplicata.

Parliamo di un piano pluriennale che individui obiettivi, modalità e risorse, ben più necessario allo sviluppo economico ed all’ occupazione dei vari bonus ed una tantum spesi in questi anni.

Parliamo del solo bonus di cui abbiamo estremamente bisogno: quello che distribuisca al paese rappresentanti nelle istituzioni con poteri legislativi, esecutivi ed amministrativi capaci di affrontare, in modo serio ed efficace, il tema del recupero e ripristino del territorio con la messa in sicurezza di fiumi, colline, edifici, infrastrutture.

Quante distruzioni, quante morti, quanta sofferenza dobbiamo ancora tollerare prima che si smetta di pensare che tutto sia emergenza o catastrofe imprevedibile?”.

 


GISELLA E GUIDO, UNICI. 

Il presidente di Liberi Cittadini, Niccolò Rinaldi : “Ci sono sciagure collettive che vanno ben oltre il dolore provato. Come il mortale incidente stradale che ha improvvisamente strappato Gisella Gisella Diana Vendittie Guido Petrocchi alla vita – per loro così estesa, energica, ricca. Guido e Gisella sono unici. Il loro ricordo appartiene all’eccezionale. Mai vista una coppia – marito e moglie – così affiatata e complice non solo nel lungo percorso d’intimità, ma nell’impegno politico continuo, nell’onestà per loro mai slogan ma organica pratica di vita, nell’amore viscerale per la propria terra – l’Abruzzo, l’alto Lazio, l’Europa vera e cattiva – che era massimo grado di amor patrio. L’uno a sostenere l’altro, sempre insieme, e insieme a sostenere la buona politica. Un amore tradotto in impegno costante, e mai e poi mai solo a corrente alternata, magari in prossimità di una campana elettorale. Basta riguardare oggi ai loro profili di FB per apprezzare la quantità e la qualità delle iniziative, delle attenzioni, delle presenze sul territorio. Progetti culturali, lotta per il mantenimento di servizi essenziali come la battaglia per l’ospedale, iniziative imprenditoriali ambiziose per la creazione di lavoro nel rispetto della bellezza paesaggistica, difesa intransigente dell’ambiente, attività culturale a tutto campo e sempre innovativa, progettazione europea, coinvolgimento di giovani, formazione; e fede religiosa con laica passione politica. Guido e Gisella erano, né più né meno, che protagonisti rinascimentali – condividendo, anzi incarnando nel loro impegno, quella circolarità multidisciplinare che diffida delle settorializzazioni. E prima di tutto, una curiosità insaziabile, un continuare a confrontare e apprendere, e ovviamente dare. Curiosità e senso estetico, come accade a due grandi borghesi abituati a stare nel, per, col popolo, indifferenti a ogni classismo.

Ho appreso della loro morte in circostanze eccezionali, quasi simboliche: in pieno sforzo fisico. contemplando una di quelle visioni di alta montagna in un raro momento di copertura e di carica del telefono. Ho letto la notizia, già vecchia di qualche ora, appreso il numero impressionante di messaggi da ogni dove. E scioccato sono restato a contemplare – al loro posto – quel paesaggio, quella montagna che ha sempre ispirato Guido e Gisella, sgomento oppure sbalordito che proprio in quei sentieri dovessi apprendere questo destino crudele. E ho pensato che stavo vedendo per loro, con loro, i crinali e sentendo quel “legarsi alla montagna” di cui più volte avevamo parlato insieme.

Infatti Guido e Gisella dell’amore per la montagna avevano l’umiltà, la relatività delle cose della vita. Né posso scordare che avevano perfino aperto in Abruzzo un'”Alternativa Montagna” seguendo il titolo del mio libretto che tanto avevano fatto per promuovere localmente e per il quale un pomeriggio viaggiarono fino a firenze per assistere alla presentazione all’Università. Del resto Guido e Gisella viaggiavano volentieri con il loro garbo e la loro militanza: a Milano per il lancio di LiberaItalia, a Roma in mille occasioni, a Bruxelles dove spesso portavano i problemi e le risorse, e addirittura i “casi individuali”, dei loro territori.
Per Liberi Cittadini, di cui erano fieri rappresenti, la loro scomparsa è un disastro. Ancora di più lo è per la Marsica, l’alto Lazio, per Montepulciano, per quelle loro tante “case”, per quella Europa fatta di volontà di popolo che loro animavano sempre. Dovremo essere all’altezza di onorare la loro memoria come si deve. Spero che una strada sia dedicata nei centri dove erano sempre in prima fila per generosità e per il da farsi costruttivo. Ma soprattutto penso ai giovani: guardate all’energia che queste due sagge persone mettevano nell’impegno di una politica di soluzioni e sempre legata alla cultura. Penso ad esempio agli splendidi giovani professionisti che Guido e Gisella coinvolsero da protagonisti nel convegno di Celano sul terremoto – una loro iniziativa che costituì uno sforzo notevole e poi un successo notevole. Penso ai giovani che incontrati ad Avezzano per parlare di fondi europei. Penso a chi, in difficoltà, trovava in loro due veri tutori che non volevano lasciare indietro nessuno e che s’indignavano di ogni ingiustizia. Giovani: non lasciate che l’umanita e la passione di Guido e Gisella resti senza continuità. Seguite il loro esempio – seguiamolo. Si scoprirà che il loro è l’unico modo per sfuggire al cinismo dilagante e per vivere con un’idea nobile della vita – come loro hanno vissuto – con pienezza e bene.”

 

 

ADDIO GUIDO, ADDIO DOLCE GISELLA. LA TERRA VI SIA LIEVE

Poche righe sotto l’ultima nota del nostro responsabile Terre Marsicane, Guido Petrocchi tragicamente scomparso ieri sera in un incidente stradale, alle porte di Roma, insieme alla compagna di una vita Gisella Venditti.

Presidente della Cna Pensionati di Avezzano, Guido aveva intrapreso tantissime campagne a difesa dei diritti non solo delle persone ma anche degli animali, dell’Ambiente, della Natura, baluardo di un territorio che amava tanto da volerlo valorizzare,  insieme a Gisella con le comunità autoctone.

“Era impossibile non affezionarsi a Guido e Gisella,  amici che mi hanno chiesto aiuto per la loro comunità e con i quali ho finito per sentirmi una di loro” dice Rita Bufalini, consigliere fondativo di Liberi Cittadini: “Le terre marsicane hanno perso oggi un pezzo della propria storia migliore, fatta di umanità, coraggio e soprattutto passione”.

Liberi Cittadini si unisce al cordoglio delle famiglie.

 

CHIUDERE OSPEDALI DI MONTAGNA UNA FOLLIA


VALLE ANIENE , OMESSA ( PER INCAPACITA’ ?) una rete naturale di Coesione per il Lazio montano EMERGENZA URGENZA sanitaria.
Guido Petrocchi ( Liberi Cittadini Marsica, Cervara e Subiaco): “La situazione OSPEDALE SUBIACO, per noi che l approcciammo nel 2013 , era la seguente . Conobbi Lollobrigida ( Antonio) e diedi spontaneamente una mano pur abitando in Abruzzo, ma frequentando da poco Cervara e Campaegli per attività professionale. Poi mi resi conto, proprio vedendo sindaci della Valle Aniene nell’ospedale di Tagliacozzo o Avezzano in ambulatorio con le mogli e i figli: la Valle Aniene si stava pericolosamente depaurperando dell’unico presidio, ma anche dello sdegno della propria comunità !! E i sindaci interessati a guarire o a curarsi disertavano di rafforzare la struttura in disgregazione sostituendola con le limitrofe.

Poi Gisella Diana Venditti mi raccontò del povero T. S. di Campaegli deceduto nel 2005 all ospedale di Subiaco per ictus , per mancanza di ordine sanitario locale nella organizzazione ( necessitava l ‘ ELISOCCORSO ) ma anche per mancanza di tempestività ( attesa di 5 ore , stabilizzato, mentre sarebbe stato doveroso immediatamente attivarsi con un DEA o Stroke Unit piu’ vicino entro la golden Hour) .Ora sono arrivato inevitabilmente alla conclusione seguente : se l’economia locale , che piange e per la quale tutti piangono, non decolla è proprio perchè c’è mancanza di serietà strutturale nelle opere Sanitarie, Civili, Stradali, Sociali, Culturali. E’ perfettamente inutile chiamare esperti di Marketing e per di piu’ vergognoso fare Gemellaggi civili con paesi che posseggono fior di strutture sanitarie, millantando cosi’ solo credito.La realtà è che in questa valle ( e in Italia) dovrebbero fare politica i politici assieme ai Medici , poichè in assenza di questa simbiosi di Buon Senso, non c’è rimasto nulla di SICURO per ASSISTENZA MEDICA LOCALE NEL CASO DI PROBLEMI EMERGENZA URGENZA e l’area si avvia a rimanere solo pendolarismo e dormitorio .
Altra vergogna è la ns ministra che a Jenne suggeriva di partorire DOVE SI DECIDE , mentre i problemi delle madri in attesa sono semmai interruzioni di gravidanza evitabili ecc. . Ci rivederemo e risentiremo PROBABILMENTE in una Procura poiche alla lunga i cittadini si stancano e perchè le omissioni e gli inadempimenti si trattano cosi’. A MENO CHE NON CI SIA QUALCUNO CHE SI DIA DA FARE. “

UNIVERSITA’, TENIAMOCI I NOSTRI STUDENTI

 

 

E’ stata pprovata dal Consiglio della Regione Veneto  una proposta di legge statale, destinata cioè all’esame e all’eventuale voto del Parlamento, che prevede l’eliminazione del numero chiuso e le prove di ammissione ai corsi universitari, al fine «di consentire ai giovani di iscriversi liberamente a qualsiasi corso universitario e ai laureati di poter accedere liberamente ai corsi di specializzazione».

Primo firmatario del progetto legislativo è Pietro Dalla Libera (Veneto Civico) che l’ha illustrato in aula: «Molti ragazzi sono obbligati a iscriversi ad altre facoltà rispetto a quelle cui hanno predisposizione, o andare a studiare all’estero, mentre molti professionisti, ad esempio medici, vengono importati dall’estero per colmare le carenze di professionisti italiani», le sue parole. Alla fine la proposta è stata approvata pressoché all’unanimità (45 sì, 1 astenuto).

 


VITALIZI, IL GIOCHINO DELL’ESTATE

 

Sandro Mandini, consigliere Liberi Cittadini: “Bene, finalmente la Camera dei deputati ha votato la riforma dei vitalizi e ha calato il sipario sul primo atto dell’ ennesima farsa della politica.

In autunno sarà forse il Senato a modificare il provvedimento oppure sarà sicuramente la Corte Costituzionale ad affossarlo, come già visto per tante leggi e riforme partorite in questa legislatura dal governo e dal parlamento: dato il livello della maggior parte degli attuali parlamentari, pretendere che siano a conoscenza dei principi costituzionali dove la demagogia non è contemplata, sarebbe utopia.

Nel frattempo, però, i vari Mattei (Richetti, Renzi, Salvini, ecc.) e Luigi (Di Mio) potranno godersi l’estate trastullandosi tra un programma televisivo e l’altro, riempiendo pagine di giornali e riviste, facendo a gara nell’intestarsi il merito del grande cambiamento. Così anche il presidente dell’INPS, il buon Boeri, si prenderà la sua parte di merito sull’argomento, anche se tutti rimaniamo sempre in attesa di vedere i meriti della sua gestione illuminata.

I cittadini che potranno andare in vacanza, partiranno più lieti, mentre quelli che non possono permetterselo – la maggioranza?- avranno tutto il privilegio del palinsesto televisivo arricchito di una nuova puntata oltre le solite repliche estive sui tagli dei privilegi: sarà l’estasi dei conduttori televisivi, dei giornalisti, degli esperti e dei famigerati opinionisti che potranno contare su altro populismo da dispensare a piene mani per aumentare di qualche punto gli ascolti e di qualche euro gli introiti pubblicitari (ma qualcuno di questi signori, attesi a fare in-for-ma-zione, pone mai a sé stesso e ad altri il vero problema della qualità della classe politica da cui provengono i costi?).

La situazione più sconcertante del dibattito parlamentare è stata la rincorsa ad inserire nel provvedimento le clausole della Fornero relative all’età pensionabile: gli stessi partiti – Lega e M5s in testa, PD non pervenuto- che prima annunciavano rivolte di piazza contro la riforma Fornero, per quanto giudicata iniqua, si sono poi affannati ad inserirla nella riforma dei vitalizi?

Posto che se si ritiene una riforma sbagliata, il principio vale per tutti, se così non fosse emergono evidenti la mera propaganda e la sola intenzione a non cambiare nulla. Evviva comunque la credibilità e la coerenza.

Il giochino di inizio estate inoltre alimenta seri dubbi di chi sospetta che, se passasse il principio di ricalcolo dei contributi dei parlamentari, non ci saranno poi ulteriori ostacoli anche al ricalcolo delle altre pensioni: non volendo finire tra gufi e rosiconi lasciamo così i nostri prodi eroi a godersi tutta la gloria effimera di chi millanti avere sanato il rapporto tra politica e cittadini.

E richiamiamo solo, dalla puntuale distrazione di massa, segnalando che oltralpe il prode Macron ci prende a sberle e noi ringraziamo (ma non era la Le Pen a rappresentare il sovranismo antieuropeo ?), al di là del Brennero l’Austria minaccia di mettere l’esercito ai confini (ma il presidente dei verdi non era un argine contro il sovranismo antieuropeo ?) e al di qua noi accompagniamo a casa –anziché in carcere- il clandestino con precedenti penali che accoltella un poliziotto. Con la speranza (ultima a morire!) che non diventi un precedente, e chi voglia rientrare al proprio paese gratis non si metta ad accoltellare poliziotti!

Perché – last but not least- se continua la siccità non avremmo nemmeno l’acqua per lavare i panni sporchi in casa.

 

ATAC E’ FALLITA, VI SPIEGO PERCHE’

 

Andrea Giuricin, presidente del Comitato Scientifico LC: “Atac sta vivendo un momento molto complicato. L’azienda è tecnicamente fallita e se non porta i libri in tribunale, dipende solo dal fatto che il Comune, azionista unico dell’azienda, ha deciso di ricapitalizzare l’azienda.

Atac continua a perdere centinaia di milioni di euro l’anno. Tra il 2009 e il 2014 il deficit cumulato è di circa 1 miliardo e cento milioni di euro; tuttavia questo non è il dato più preoccupante dell’azienda, visto che dal 2009 ad oggi i contributi versati da Comune e altri Enti Locali ha infranto la barriera dei cinque miliardi di euro.

Numeri che rendono bene l’idea di quanto sia importante per il Comune di Roma il bilancio di Atac.

Chi pensa di potere risolvere i problemi di Atac semplicemente combattendo l’evasione è un illuso o o un demagogo che non conosce il settore del trasporto pubblico locale. I ricavi da biglietti per Atac hanno raggiunto i 270 milioni di euro nel 2013, poco più del 20 per cento dei costi totali dell’azienda. Anche combattendo l’evasione ed eliminandola completamente, l’azienda potrebbe recuperare tra i 50 e gli 80 milioni di euro.

Una cifra irrilevante rispetto a quanto mette direttamente tramite sussidi il Comune o indirettamente tramite le perdite. Quindi il punto essenziale non è tanto riuscire a risolvere il problema dei ricavi, quanto quello dei costi.

Cerchiamo di capire seriamente quali sono i problemi di Atac. Indubbiamente nella città capitolina vi è un numero spropositato di dipendenti.

Questi metodi di assunzione hanno inoltre riguardato figure non operative e non è un caso che il livello medio degli stipendi sia cresciuto costantemente negli ultimi anni, attestandosi su una cifra di oltre 46 mila euro per dipendente.

Le spese per il personale hanno sfondato il muro dei 550 milioni di euro per circa 11.900 dipendenti a carico dell’azienda.

Questo dato tuttavia dice poco, perché questo dato va incrociato con la produttività. Per ogni dipendente, l’azienda produce pochi vetture chilometro. Per semplificare, significa che c’è poco personale operativo (che oltretutto lavora poco) e troppe persone negli uffici.

Un altro problema che ancora non ha mostrato tutti i suoi effetti negativi è l’età media della flotta. Un caso molto simile alla vecchia Alitalia, che aveva aerei molto vecchi che consumavano molto carburante.

Nel caso di Roma la flotta ha un età media, per quanto riguarda i bus, del 40 per cento superiore alla media europea.

Questa età media oltretutto vede un parco di bus che nel 61 per cento dei casi è più vecchio dei 9,82 anni. I dati sono del 2013 e quindi la flotta ha ormai raggiunto in media la fine della sua vita operativa. Bisogna tenere conto che la vita utile di un bus è intorno ai 12 anni e dunque gran parte della flotta è destinata a fermarsi.

Atac, con le sue perdite continue e il suo debito, non è mai riuscito ad investire in mezzi nuovi. Al contrario di quanto succede a Milano, dove l’azienda riesce invece a fare auto-finanziamento per comprare bus e metro.

Avere bus vecchi, come succede a Roma, di fatto provoca un alto tasso di manutenzione dei mezzi pubblici. Di conseguenza c’è un’incapacità di raggiungere gli obiettivi del contratto di servizio e quindi di ricevere tutti i contributi del contratto stesso.

Un cane che si morde la coda, dato che Atac è tecnicamente fallita e non riuscirà a fare investimenti. Una situazione insostenibile per i cittadini romani che pagano ogni anno centinaia di milioni di euro all’azienda tramite le tasse e per i turisti che usufruiscono un servizio inaccettabile.


VITALIZI , SIAMO SERI


La proposta M5S era il solito pastrocchio che non si può fare, la Richetti è destinata , già a Settembre, a soccombere alle trattative sulla legge elettorale in Senato e cadere vittima della Corte Costituzionale, ma tutti si intestano la battaglia sui vitalizi e preparano la campagna elettorale di autunno.
Estate 2010, Antonio Borghesi: “La nostra proposta è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all’ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l’INPS ha creato con gestione a tassazione separata. Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell’arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati. Proprio la Corte costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che, con una semplice delibera dell’Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato, che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini e ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno”.
La vittoria da ieri, Pd o M5S che si voglia, è un mero selfie sotto l’ombrellone da condividere poi alle urna.

 

 


AUSTERITY E SPENDING REVIEW, NUMERI O PAROLE?

 

 

Costantino De Blasi, Responsabile Finanze Liberi Cittadini, Risk Manager, Consulente aziendale, Analista macroeconomia.

 

In Italia l’austerità fiscale non è mai esistita. La spesa pubblica al netto degli interessi ha continuato a salire dal 2014, i numeri dello stesso Def sono chiari” diceva Perotti pochi giorni fa. Ieri però il commissario alla spending review Gutgeld ha sostenuto il contrario. Trattandosi di numeri come possibile tanta distanza tra le parole?

“Prima di tutto andrebbe definito cosa è ‘austerity’. La disciplina di bilancio, il contenimento del rapporto debito/pil, il contenimento del deficit, l’aumento delle tasse? Mi sembra che in Italia, al solito, regni la confusione. Siamo nella UE e nella moneta unica perché abbiamo concordato un percorso di risanamento dei conti pubblici in cambio della stabilità monetaria. Stabilità che ha un peso fondamentale nell’economia di un Paese come Boldrin ed io abbiamo provato a spiegare in questo post  http://noisefromamerika.org/articolo/c-divorzio-non-ho-niente-mettere. Assumiamo che austerità significhi pareggio fra entrate e uscite in modo da non aggravare il rapporto debito/pil, i numeri del DEF, citato da Gutgeld, ci dicono che la spesa complessiva della pubblica amministrazione, al lordo di quella per interessi sul debito pubblico, passa dagli 826 miliardi del 2015 agli 829 miliardi del 2016; e, si badi bene, l’unica voce che diminuisce sensibilmente è quella degli interessi sul debito. Quindi, chiedo, alla luce dei numeri ha ragione Perotti o ha ragione Gutgeld? Quello che fa YG è giocare con il nome attribuito alle poste di bilancio, laddove una spesa (quella per il bonus degli 80 euro) viene indicata come riduzione delle tasse, e giocare con la spesa tendenziale a legislazione vigente, che sarebbe aumentata ancor di più senza gli gli interventi del governo.”

La spesa pubblica ha visto una riduzione di 30 miliardi all’anno, tanto che tra il 2013 e il 2016 è cresciuta a zero contro quasi il 7% della media europea?

“Verificato che non c’è stata nessuna riduzione di spesa per 30 miliardi, ho cercato le statistiche citate da YG senza trovarle. Gli ultimi dati pubblici, sia eurostat che Ocse, si fermano al 2015, e non c’è traccia di un aumento della spesa in area UE del 7%. C’è invece che fra 2014 e 2015 ci sono state in UE una riduzione del deficit e del debito medio. L’italia, ovviamente, fa eccezione. D’altra parte il fatto che Gutgeld inviti il governo a ridiscutere il patto di stabilità sta a significare che l’austerity è ben lontana dall’ essere stata raggiunta. Se lo fosse i vincoli di bilancio non sarebbero un problema. Tantomeno le clausole di salvaguardia (aumenti automatici di iva) che verranno stabilizzati solo, si spera, con la legge di bilancio 2018”.

 La Pubblica amministrazione italiana ha ridotto i costi e le spese più degli altri paesi europei?

“C’è stata una riduzione della spesa per redditi nel 2015, pari a circa 3 miliardi, e di quella per investimenti fissi lordi per circa 2 fra 2015 e 2016. E’ sempre difficile commentare i dati aggregati per esercizi. Il saldo contabile non corrisponde quasi mai a quello reale”.

E’ cambiata la modalità di intervento dai tagli lineari dall’alto del passato?

“Cottarelli aveva consegnato un ottimo lavoro prevedendo tagli selettivi. Sappiamo com’è finita la sua avventura. Nel documento di programmazione economica si procede abbastanza largamente con tagli lineari rimandando quelli selettivi a successivi decreti. Un elemento indicativo è il fatto che ogni governo si affidi a commissari straordinari; poiché le scelte di finanza pubblica sono materia politica, dovrebbero essere i politici ad individuare quali tagli effettuare. Demandare un tecnico terzo, come Giarda, Giovannini, Cottarelli, Perotti e, in parte, anche Gutgeld, è la maniera più semplice per far finta di voler tagliare e poi lasciare le cose come stanno”.

La mancata riduzione dei vitalizi dei politici e degli stipendi per le figure apicali della pubblica amministrazione (che guadagnano molto più rispetto ai loro pari grado di altri Paesi) è figlia di numeri non aggredibili o antenata di una precisa volontà politica?

“Diciamolo chiaramente, i tagli agli emolumenti dei parlamentari, o di quelli dei manager di Stato, sono niente altro che demagogia. Avrebbero al più funzione simbolica, perché i risparmi ottenuti varrebbero ben poco rispetto agli oltre 800 miliardi di spesa pubblica complessiva. Questo non vuol dire che non si debbano fare, ché il deficit di credibilità della classe dirigente è sempre grande, ma se vogliamo guardare al “fenomeno” in modo aggregato, sono altri gli interventi che servirebbero. La spesa pubblica su prodotto interno lordo viaggia costantemente intorno al 50%; meno di qualche partner europeo, ma ben sopra di quanto accade nella gran parte dei Paesi OCSE, le cui economie, sia le une che le altre, crescono più e meglio della nostra. A proposito di quest’ultimo punto, permettimi di fare un inciso: la rilevazione Istat dl primo trimestre 2017 ha certificato una crescita del prodotto interno lordo dello 0,4% sul trimestre precedente e dell’1,2% sull’anno precedente. A me e ad altri commentatori è parso un dato anomalo. Abbiamo dunque verificato e abbiamo scoperto un uso “disinvolto” dei deflatori”, specie ove si consideri che la crescita del pil nominale è stata di fatto trascurabile. Un amico, analista all’OCSE, ha avuto la pazienza di raccogliere e correlare i dati. Ne viene fuori che quell’1,2% in realtà è un giochino statistico. Il post è disponibile qui per chi lo voglia leggere   http://noisefromamerika.org/articolo/deflatori-miracolosi-accelerazione-pil-italiano. E’ un po’ da addetti ai lavori ma la sintesi è comprensibile a tutti”.

 


LIBERI DAGLI ORDINI

 

Un recente provvedimento -di sospensione di due mesi da parte dell’Ordine dei giornalisti nei confronti di un noto professionista- ha riacceso il dibattito sulla legittimità degli ordini professionali: Liberi Cittadini rilancia una battaglia del suo fondatore, prof. Antonio Borghesi, per la riforma di questo istituto illiberale, e soprattutto inutile.

Nell’ Italia democratica e repubblicana vige una legge del 1938 secondo cui “Possono esercitare la professione solo gli iscritti agli Albi; non possono essere iscritti e, se iscritti, devono essere cancellati coloro che non siano di specchiata condotta morale e politica e che non svolgano attività contrarie agli interessi della Nazione, provvedimento emanato in un clima di leggi razziali e volto ad impedire l’esercizio professionale ad ebrei, antifascisti ed omosessuali.
“Non possono esercitare la professione solo gli iscritti all’albo(…) non possono essere iscritti e, se iscritti, devono essere cancellati coloro che non siano di specchiata condotta morale e politica”.
Ma nel 2017, liberi cittadini (con un proprio orientamento politico, ideologico, religioso, sessuale, etico, morale ed estetico) che abbiano superato l’esame di Stato, sono ancora costretti ad iscriversi ad un’associazione di categoria per esercitare la libera professione.
Quale ratio risolverebbe l’obbligatorietà della iscrizione agli Albi ai fini dell’esercizio professionale? La qualità delle prestazioni professionali future, nonostante il consiglio di un ordine sia incompetente, per legge, ad esprimere giudizi di qualità …

Luigi Einaudi sosteneva che “ Gli Ordini possono anche rimanere per quelli che intendono iscriversi, l’importante è che venga eliminata la obbligatorietà della iscrizione ai fini dell’esercizio professionale”, esattamente come gli ordini professionali europei e americani che si basano su precise norme di deontologia professionale e hanno una funzione meramente etica e non sindacale come quelli italiani.
Liberiamo quindi le professioni da oneri di forma e assicuriamo ai cittadini meriti di sostanza.

Stiamo organizzando convegni ed iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica e a impegnare le istituzioni alla riforma necessaria: contribuisci con le tue proposte, le metteremo in rete perché altri possano farle proprie.
Mandaci idee e contenuti, segnalaci iniziative, attivati nelle modalità che ritieni più utili, sapremo seguirti.


 

CHI NASCE E CRESCE ITALIANO, E’ ITALIANO

Niccolò Rinaldi, presidente Liberi Cittadini: “Il testo arrivato ieri in Senato non guarda al principio dello Ius soli tout court, bensì introduce due nuovi principi -lo Ius soli temperato e lo Ius culturae- in superamento della legge 91 del 1992 (Ius sanguinis) ed allinea il nostro paese agli standard europei: in Francia, per esempio, esiste da tempo un meccanismo di “doppio Ius soli”, regime simile a quello che vige in Olanda, Lussemburgo e Spagna, mentre in Germania, dal 2001, lo Ius soli è concesso ai figli di stranieri legalmente residenti da almeno otto anni.
Da anni l’Unicef aveva invitato gli Enti locali a riconoscere la cittadinanza onoraria a tutti i minorenni nati in Italia da genitori stranieri, e personalmente, già nel 2012, avevo appoggiato la mozione lanciata da Laicitaediritti e recepita da alcuni Comuni italiani, di riconoscere la cittadinanza onoraria a quei bambini e quei ragazzi che sono nati nel nostro Paese.
L’integrazione richiesta ai cittadini stranieri non può prescindere dall’inclusione di chi nasce e cresce italiano: rimanere ancorati all’arcaico concetto dello Ius sanguinis tradisce una cultura anacronistica di cui anche ieri, fuori e dentro al Senato, abbiamo avuta una testimonianza imbarazzante. Che un paese moderno ed europeo non può permettersi di conservare.”


PICCOLO MANIFESTO LIBERALDEMOCRATICO

 

 

Niccolò Rinaldi, già vice presidente del gruppo ALDE al parlamento europeo, presidente di Liberi Cittadini :

1. Cresciuto alla scuola repubblicana, mi considero liberaldemocratico. Lo sono perché sono convinto che l’Italia abbia bisogno, da sempre, di una botta di liberal-democrazia, con poche leggi ma molto chiare, con una norma trasparente che prevalga sull’arbitrio, ovvero con la supremazia dello stato di diritto rispetto all’abuso, o al suo diminutivo, l’opaca discrezione, dove al cittadino sia permesso di affermare la sua scelta, di espandere la sua capacità, di creare il proprio spazio vitale, professionale, conoscitivo. Ovvero, perché ho talmente rispetto per la burocrazia, sono liberaldemocratico perché voglio una burocrazia al suo posto e solo lì, semplice, accessibile, evidente nella procedura e nelle finalità – che si tratti di pagare una tassa o di esercitare un’attività.
Sono liberal-democratico perché sono convinto che in Italia il mercato e anche lo Stato debbano essere aperti, con molte maggiori liberalizzazioni, sottoposte a garanzie e sempre nell’interesse non dei privati ma della collettività – dunque, diversamente da come adesso.
Sono liberale perché la laicità è ancora un’emergenza nel nostro paese. E intendo per laicità non solo la separazione tra Stato e Chiesa, ancora non del tutto compiuta in Italia (si legga la proposta di legge di revisione del Concordato, presentata da Possibile, per permettere alla magistratura italiana di perseguire i pedofili che si annidano nel clero, per capire l’ennesimo ritardo nazionale su cui tutti tacciono), ma anche la separazione tra Stato e corporazioni di ogni sorta, tra politica e affari. Intendo la laicità come l’impermeabilità dello Stato rispetto alle faziosità dei clientelismi e delle mille parrocchie familiari e particolari. Per me la laicità è anche questo: più Stato nello Stato e meno Stato nel mercato, e più mercato nel mercato e meno mercato nello Stato.

2. Ancora di più sono europeista, e lo sono da figlio di una tradizione che ha sempre visto nella patria e nel proprio “municipio” l’imprescindibile valore della comunità di origine, comunità amate perché si aprono, e da aprire amandole. Sono persuaso da quanto oltre mezzo secolo fa asseriva Altiero Spinelli, cioè che il vero discrimine ormai non sia più secondo le tradizionali linee di destra e sinistra, conservatori e progressisti, ma tra i ferventi europeisti e gli altri. Tra gli “altri” non metto solo i sovranisti che si oppongono al processo d’integrazione, ma anche tutti quegli europeisti a metà, che invocano maggiore “coordinamento” tra i vari paesi, che si accontentano del metodo inter-governativo. Sono per gli Stati Uniti d’Europa, con un solo governo e solidi principi di sussidiarietà, con un popolo consapevole del suo destino comune.
E ritegno che questa sia la scelta del coraggio, della bellezza e dell’intelligenza, perché nei suoi duemila anni e passa di storia l’Europa non ha conosciuto un progetto altrettanto civile e pacifico, e perché so bene, come in realtà sanno tutti, anche coloro che ingannano affermando il contrario, che solo con un’Europa unita, e non meramente “integrata” o “solidale”, possiamo affrontare ognuna delle sfide del nostro tempo con qualche probabilità di successo. E sono contento di appartenere al mondo liberale, fermamente europeista – da sempre, fin dal Risorgimento, e poi dalla Resistenza, dalla ricostruzione, e non da Maastricht…

3. Sono di sinistra, perché sono convinto che nel nostro paese vi sia poca giustizia sociale, tra settori della cittadinanza poco tutelati, forbice salariale che continua a crescere e scarsissima mobilità sociale. Lo sono ancora di più in Italia, paese dove l’illegalità la fa spesso da padrona, anche deprimendo la meritocrazia, e dove è necessaria un’attenzione particolare ai settori con minori tutele, o addirittura privi di tutela, che non possono essere lasciati in balia di aggiustamenti del mercato che si vorrebbero naturalmente virtuosi.
Da liberaldemocratico aborro mance assistenzialistiche e propagandistiche, e sono convinto che occorrano politiche di coesione sociale non conservatrici e paternalistiche, ma capaci di mettere chiunque, in base alle sue precise condizioni, di sviluppare la propria persona. La prima di queste politiche è una scuola e poi un’università di qualità per tutti. Pubblica la prima, anche privata la seconda, ma con meccanismi che la rendano accessibile anche a chi ha meno.
Sono di sinistra perché ritengo, e ancora una volta soprattutto in un’Italia disastrata, che la protezione dell’ambiente abbia bisogno di una politica non sclerotica, non burocratica, non formalmente ingessata a tal punto da permettere troppi abusi, ma che salvaguardi il nostro territorio, mettendolo in sicurezza dai suoi dissesti e valorizzandolo nella sua bellezza.
Ho fatto tanta strada e ancora spero di farne con amici che di sinistra non sono, anche perché se uno più due e più tre fa sei, non appartengo alla sinistra socialista o addirittura post-comunista, ma appunto a quella democratica e liberale, gobettiana e lamalfiana, europeista da Mazzini a Spinelli, che ha sempre saputo coniugare mercato e diritti civili, programmazione dell’interesse collettivo e libertà dell’individuo.

4. Non sono per la solitudine dei liberal-democratici e non ho paura delle alleanze, anzi. Sono consapevole che questa cultura è restata finora minoritaria, in un’Italia dominata da tante chiese – ultima delle quali quella del populismo e dei personalismi, con nuovi idoli da portare in processione. Ma so che il pensiero liberale, repubblicano, radicale è anche azione, e può essere il sale della politica, contaminando con le sue idee, con la caparbietà di chi è abituato a mettersi nella scomoda posizione delle minoranze, altre sponde politiche. So che il laico è per definizione un animale di frontiera, pronto all’ascolto degli altri e che non si accontenta della pur nobile testimonianza. Da liberale non demonizzo nessuno a priori e sono pronto a riconoscere tutto ciò che ci sia di buono in altri percorsi.

5. Per me il mio primo alleato sarà comunque l’altro liberale. Anche se potremo dividerci su molte politiche, lo troverò sempre laico ed europeista, e da destra a sinistra condivideremo sempre un alfabeto comune. Difendo sempre dunque la scelta di unire i liberaldemocratici italiani, paradossalmente inclini a dividersi più di qualsiasi altro, e quelli europei, e anche quelli africani, asiatici, americani – che poi è ciò che ho concretamente cercato di fare da deputato e anche da funzionario dell’ALDE. E se non sarà possibile, non avrò paura a lavorare con altri che condivideranno qualcosa del nostro progetto, convinto che i liberaldemocratici hanno valori veri, conoscono l’analisi critica, coltivano il dubbio, e solo così restano sorridenti e volitivi.
Ecco, le mie poche ma solide ragioni per andare avanti”.


LIBERALITALIA, RIUNIRE LA DIASPORA LIBERALE

 

Sabato 6 maggio, a Milano, un bel po’ di liberali si sono dati convegno e, alla presenza del capogruppo liberale al Parlamento Europeo, Guy Verhofstadt, hanno cominciato a ragionare sul futuro, affermando la necessità della formazione in Italia di un soggetto politico liberale, capace di partecipare alla prossime elezioni politiche col simbolo LiBERAITALIA-LIB, il cui logo è comparso sullo schermo della sala al termine del convegno.

Avendo avuto l’opportunità di parlare ai convenuti, ho provato a sintetizzare le ragioni della necessità di una presenza liberale autonoma con alcune sintetiche affermazioni su cui ora proverò a riflettere in termini più dettagliati, partendo dalla considerazione che, se vogliamo essere e dirci europei, oltre che italiani, anche la nostra offerta politica, deve essere europea; e, in Europa, in tutti i paesi dell’Europa, l’offerta politica è chiarissima ed emblematica: ci sono i conservatori, i popolari, i liberali, i socialisti, e poi ci sono le sinistre, le destre e i populisti di vario genere.

E così è sempre stato anche in Italia, sino al 1994, quando la seconda repubblica – propiziata da un mix di corruzione politica, giustizialismo istituzionale e mediatico, illusione maggioritaria – ha profondamente cambiato l’offerta politica, proponendo i partiti-contenitori di centrosinistra e di centro destra, all’interno dei quali si sono collocati improbabili sigle, di volta in volta inventate facendo ricorso alla fantasia.

Per individuarle si è allora cominciato a fare ricorso alla zoologia (l’asinello) o alla botanica (la quercia, l’ulivo, la margherita, la rosa), con operazioni mimetiche che hanno finito per portarci oggi anche al “partito non partito”, quasi parafrasando la “non-persona” o la “neo-lingua” di Orwell, nel cui paese immaginario di Oceania vigono tre regole ossimoriche: la guerra è pace (perché nessuno può vincere o perdere, che ci sia pace o guerra),  la libertà è schiavitù (perché chi è libero è destinato alla sconfitta e alla morte), l’ignoranza è forza (perché l’ignoranza dei più garantisce il potere dei pochi).

Ahinoi, questa è la fotografia politica dell’Italia di oggi, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Son spariti i partiti costruiti sulle convinzioni e sugli ideali, che sono, ancora oggi, in varia gradazione, quelli eterni regalatici dalla rivoluzione francese (la libertà, l’eguaglianza, la fraternità/solidarietà), e sono comparsi i partiti basati sulle convenienze, virtuali nella loro struttura ma concretissimi nella capacità di occupare il potere e autoreferenziali nella nomina dei rispettivi parlamentari.

Da qui tre ulteriori conseguenze: l’indifferenza degli eletti rispetto ai partitiche li hanno nominati, la disaffezione degli elettori verso la politica, e, e non da ultimo, un diffuso sistema corruttivo, in cui si usano soldi pubblici per scopi privati, il luogo del  finanziamento illegale dei partiti della prima Repubblica, in cui almeno si usavano soldi privati per scopi pubblici.

Tutto ciò appartiene ancora al presente, ma la duplice bocciatura di riforma costituzionale e italicum rende oggi possibile, ovviamente a leggi elettorali emerse dalle sentenze della Corte Costituzionale, relegarlo al passato con una nuova offerta politica che prima era impossibile.

Se riusciremo ad andare verso la terza repubblica, non si tratterà di tornare alla prima, ma di rinverdire in forme nuove ciò che la prima aveva realizzato, e che poi la mancanza di alternative e di contendibilità del potere aveva, via via, corrotto.

Il compito di un nuovo soggetto politico che voglia ispirarsi ai principi del liberalismo dovrà essere quello di modernizzare l’Italia, rendendola simile agli altri paesi europei, e quindi di garantire la neutralità dello Stato (che deve essere solo il regolatore dei conflitti), e di assicurare la diversità degli individui (quale che sia il loro genere), la spontaneità dell’economia (libera di perseguire l’interesse privato nell’ambito di regole pubbliche), l’imparzialità, la snellezza e la meritocrazia nella pubblica amministrazione (a partire dall’accesso, magari riesumando dal dimenticatoio la norma costituzionale, art. 97, per cui agli impieghi pubblici si accede mediante concorso).

E tutto questo non si potrà fare se non si assicura la rappresentatività delle istituzioni, se non si sostituisce la cooptazione dall’alto con le scelte dal basso, in modo che chi elegge sia giudice quotidiano di chi è stato eletto; che è poi la battaglia che molti liberali, non tutti purtroppo, hanno di recente condotto.

In definitiva occorre riconciliare i cittadini con le istituzioni e con chi è deputato a rappresentarli, in modo che a ogni soggetto politico corrisponda una precisa visione della vita sociale, nella quale chi la condivide possa riconoscersi, e che poi abbia titolo per pretenderne il rispetto nei comportamenti di chi sia stato delegato a rappresentarli.

Da oltre venti anni, il termine “liberale” è diventato un mero aggettivo, di cui tutti hanno tentato di appropriarsi, servendosene per raccattare qualche voto in più, senza trarne le conseguenze sui rispettivi comportamenti politici e di governo.

È per questo che la questione liberale torna di attualità oggi, quando è finalmente possibile colmare un vuoto e i liberali possono rimettersi “in marcia” (en marche, se si vuole), non ciascuno da solo, ma tutti insieme come comunità politica, per provare a fare nascere un soggetto che sia esclusivamente liberale, e che potrà diventare uno dei protagonisti della terza repubblica, se l’adesione dei liberali, prima, ne consentirà la nascita, e se il consenso degli italiani, poi, ne favorirà la crescita.

E’ ciò che fanno tutti gli altri: il PD, quando si riconosce nel socialismo europeo, Forza Italia e tanti altri quando si riconoscono nel popolarismo europeo, i sovranisti quando si riconoscono nei loro omologhi, e i populisti quando provano a fare altrettanto, talvolta sbagliando indirizzo.

Lo scopo che LIBERAITALIA si è dato è di riunire la diaspora liberale di questi anni, non solo quella delle generazioni passate, che ne sentono la nostalgia, ma soprattutto quelli delle nuove generazioni, che ne avvertono la mancanza e che vogliono ricongiungersi politicamente alla famiglia europea dei liberali, ma che non hanno trovato in Italia il soggetto politico per farlo a pieno titolo, e per questo hanno dovuto ricorrere all’iscrizione individuale, che può servire a ciascuno per salvare l’anima, ma non serve al Paese per introdurvi quelle massicce dosi di liberalismo di cui ha estremo bisogno.

Ed è per questo che dobbiamo essere particolarmente grati a Guy Verhofstadt, che, sfidando le infelici esperienze del passato, più e meno recente, ha voluto fornire il suo incoraggiamento all’iniziativa della Fondazione Einaudi che ha fortemente voluto il convegno di Milano, e ciò pochi giorni dopo avere dato, con un durissimo intervento al parlamento Europeo, una solenne lezione di liberalismo ed europeismo all’attuale premier ungherese, che da anni è impegnato nella distruzione delle libertà democratiche e civili del suo paese, avendo dimenticato quanto il passato regime abbia fatto strage di quelle libertà, anche col sangue dei suoi cittadini.

Se la riunione di Milano è stata possibile, il giusto merito va riconosciuto a chi ha accettato di promuoverla, di favorirla e di parteciparvi: e quindi a Giuseppe Benedetto, Davide Giacalone, e Andrea Pruiti, che, dal presidio liberale della Fondazione Einaudi, hanno immaginato il progetto e vi hanno poi lavorato senza sosta, e poi a Enrico Zanetti, che ha preannunziato la confluenza di Scelta Civica in LIBERAITALI, e a Flavio Tosi che ne ha garantito il successo di pubblico,e poi a chi era presente: i repubblicani (con Mauro Aparo), gli amici di ALI (con Alessandro de Nicola, Silvia Enrico e Flavio Pasotti), i Liberi Cittadini (con Niccolò Rinaldi, Alessio Morganti e Maria Maddalena Savini), gli Individual Member di ALDE (con Francesca Mercanti, Antonio Stango), e i gli amici di LiberalCamp(con Andrea Mariscotti), che organizzano a Roma il 27 maggio un evento simile, che spero possa servire a fugare qualche dubbio che ancora permane.

E infine, da siciliano, un particolare ringraziamento va a Roberto La Galla,che io mi auguro possa essere il prossimo presidente della Regione Siciliana.

Se poi questa riunione è stata densa di contenuti, lo dobbiamo alla relazione sull’Europa di Davide Giacalone, alla lezione di economia di Dominick Salvatore, e all’impegno di Beniamino Migliucci, che con l’Unione delle Camere Penali ha iniziato la grande battaglia liberale per la separazione delle carriere dei magistrati.

Non senza rammentare a chi ancora si attarda sulle posizioni del passato, che nulla del genere sarebbe stato possibile se gli italiani, prima, e la Corte Costituzionale, poi, avessero convalidato le riforme istituzionalidel passato governo.

La riunione di Milano non è stata la conclusione di un percorso, ma piuttosto solo l’inizio, l’apertura di un cantiere, nel quale dovranno essere impegnati anche tanti che ancora non ci sono e che dovrebberoinvece a pieno titolo esserci.

A partire dagli amici di Critica Liberale e di Libro Aperto, che non hanno mai smesso di fare sentire la voce della cultura liberale nell’Italia illiberale di ieri e di oggi; e poi quelli del PLI, che hanno tenuto alta per venti anni la bandiera liberale; quelli di LIBMOV, che per primi, più di tre anni fa, anche allora presente Guy Verhofstadt, hanno tentato la strada che ora stiamo provando a percorrere; quelli della Democrazia Liberale di Valerio Zanone e dei Liberali di Renato Altissimo, che ai liberali d’antan come me mancano oggi come non mai, e che vanno ricordati non come gli ultimi autorevoli leader liberali dello scorso secolo, ma come i primi, ancorché inascoltati,  di questo; a quei Radicali che sono convinti che, assieme alle meritorie battaglie monotematiche, occorre occuparsi anche dei problemi generali del Paese.

Un appello che si rivolge anche a tutti quegli amici che hanno creato la loro piccola casa, liberale, radicale o repubblicana, in vario modo denominata, non volendo frequentare, spesso le case degli altri; e anche a quelli che le case degli altri hanno accettato di frequentarle, più o meno tollerati, in mancanza d’altro, stanchi di aspettare, ingoiando il rospo dell’adesione ad altre formazioni politiche europee;e, infine, ad alcuni altri che stanno dimostrando, anche in questi giorni, di avere grandi energie politiche, organizzative e professionali, da mettere al servizio di un’Italia più liberale, ma pensano ancora ai meccanismi maggioritari della seconda repubblica, mentre nel cantiere identitario che è stato aperto potrebbero avere una posizione eminente, se solo decidessero di esserci.

Il primo dovere di chi era a Milano sarà di andare a cercare quelli che a Milano non c’erano, provando a convincerli che nel mutato contesto istituzionale ci sono le condizioni necessarie, anche se da sole non sufficienti, per mettere insieme una nuova comunità di cittadini, e da qui per fare partire una nuova offerta politica, in cui ognuno abbia la possibilità di dire la sua, in pari dignità, e tutti insieme potremo dire la nostra agli italiani.

A nessuno di questi amici, che ancora non ci sono, andrà chiesto da dove vengano, ma solo verso dove e vero cosa vogliono andare, unica cifra unificante essendo quella del liberalismo non solo affermato ma soprattutto praticato nei comportamenti politici di ogni giorno.

Il ruolo dei liberali sarà quello di dare forza rappresentativa ai ceti medi che, nell’ideale disegno dell’elefantino di Milanovic, si collocano nella zona sempre più calante della sua proboscide, impoverendosi ogni giorno di più, proprio quando una parte significativa della popolazione mondiale è uscita dalla fascia della povertà.

Le risposte positive ci sproneranno, quelle negative non ci scoraggeranno! E sarà anche possibile che, strada facendo, si finisca per perdere qualche iniziale adesione non sufficientemente motivata.

E quando saremo pronti, con chi ci starà, piuttosto che una convention, in cui uno solo parla, gli altri ascoltano, applaudono e vanno via dimenticando di esserci stati; e in luogo delle primarie dei giorni scorsi (in cui vota anche chi poi non può o non vuole votarti alle elezioni), o di quelle on line (in cui non sai nemmeno chi vota e il risultato dipende da ignoti decisori); invece di tutto questo, sarà necessario fare, nelle forme che i liberali finalmente organizzati insieme decideranno, un vero congresso, in cui si confronteranno, si scontreranno, proveranno vicendevolmente a convincerci, e poi, facendo sintesi, decideranno insieme programma, linea politica e alleanze; e dopo, stando insieme, continueranno a confrontarsi e a giudicare reciprocamente la coerenza dei rispettivi comportamenti, impegnandosi in politica ogni giorno che passa, e  preparandosi insieme alle scadenze politiche successive.

Insieme, uniti per unire, che sarà la cifra dell’impegno che ci tocca di assolvere; e, se ce la metteremo tutta, questa volta, contro ogni previsione, potremmo anche farcela; e, se no, si sarà trattato dell’ennesimo tentativo fallito, di cui potremo dolerci solo con noi stessi.


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La Rivista

Guerre dimenticate: Mindanao

di Maddalena Pezzotti

Quarantasette anni di sanguinosa rivolta, dimenticata dalla stampa e dall’opinione pubblica, potrebbe trovare una conclusione in Mindanao, isola nel sud-est delle Filippine. Rappresentanti dell’esecutivo e della più grande realtà insurrezionalista del paese, il Fronte di Liberazione Islamico “Moro” (Milf, per l’acronimo inglese), hanno sottoposto al Presidente Rodrigo Duterte un disegno legislativo per il potenziamento dell’autonomia […]