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Fondamentalisti della libertà, della competenza e della responsabilità.
La nostra politica è quella del
merito, dell’etica e della consapevolezza.

La politica come arte e passione di vita. Ma anche come cultura, scienza e ricerca quotidiane.

La nostra ispirazione è il merito con cui ogni persona rende grande il proprio paese quando scelga di esprimerlo liberamente: tutti quei cittadini che hanno dimostrato un’altra Italia possibile, solo con il proprio credo.

Grazie a questa prospettiva, completamente nuova e fuori da ogni ideologia nazionale, Liberi Cittadini vuole restituire alla politica quella dignità che le appartiene ovunque, ad eccezione che nel nostro paese dove è sinonimo di mediocrità, opportunismo e clientelismo.

Il paese che cerchiamo di costruire insieme, è un paese normale: uno stato laico a tutela di ogni credo, una società moderna forte della propria tradizione, un paese europeo nei fatti e non nelle chiacchiere.

 

 

 

 

 

 

 

 VENETO CIVICO, LA PROPOSTA DI TAGLI. VERI.

Piero Dalla Libera, Consigliere della Regione Veneto, il 4 Luglio ha depositato il seguente progetto di legge: “La presente legge si propone l ’abbattimento dei costi della politica a livello Regionale Veneto. Il periodo di grave crisi economica che attanaglia da anni le Genti Venete, rende indispensabile eliminare vitalizi e indennità di sfìne mandato di membri della Giunta Regionale e Consiglieri Regionali, e impone la necessità per i Consiglieri e membri della Giunta Regionale attualmente in carica, di incidere profindamente sulle indennità di fìne mandato e sui vitalizi relativi agli stessi riguardanti precedenti mandati legislativi Regionali. Tale necessità di ricalcolare i vitalizi con riduzione degli stessi, si rende necessaria nei confronti di ex componenti della Giunta e ex Consiglieri Regionali del Veneto, non più in carica, che già percepiscono o ne abbiano maturato diritto a percepirli. Nella scorsa legislatura e con effetto dalla presente legislatura si è passati a un calcolo dei cosiddetti vitalizi secondo il sistema contributivo e a una riduzione delle indennità dei Consiglieri e dei membri della Giunta Regionale. Tali apprezzabili sforzi per ridurre i costi della Politica sono comunque insufficienti ed è necessario sul punto un intervento più radicale. La presente proposta di legge si ispira a criteri di equità e giustizia sociale, al principio di eguaglianza dei Cittadini di fronte alla legge e al principio di solidarietà, principi tutti che ispirano il nostro ordinamento giuridico e che trovano riconoscimento nella Carta Costituzionale; sulla base di tali principi pur riconoscendo una giusta indennità agli Amministratori Regionali, la presente proposta di legge si propone un farte abbattimento dei costi della Politica.

L’Art. I del PDL propone la riduzione delle indennità dei Consiglieri Regionali e dei Membri della Giunta Regionale in linea con la modifica dell ’Art. 122 della Costituzione contenuta nella riforma Costituzionale recentemente oggetto cli referendum confermativo, riforma nel suo complesso bocciata dai Cittadini Italiani, anche se sicuramente non per questo. L’Art. 2 propone I ’abrogazione di qualsiasi firma di vitalizio per Consiglieri e Assessori Regionali a partire da questa legislatura (A9 incamerando all, rneso Rogionali in vin do ,finifiva (pianto vprcata dagli stpcsi a contribuzione obbligatoria, e ciò in conformità a quanto accade per i versamenti contributivi dei singoli Cittadini, allorquando non siano sufficienti per garantire un trattamento pensionistico minimo e comunque considerato 1 ’elevato importo delle indennità percepite dai Consiglieri e dai Membri della Giunta Regionale, indennità oggetto della riduzione prevista dal succitato Art. I. L’Art. 3 si propone di eliminare a partire da questa legislatura (X) le indennità di fìne mandato e restituire a chi ha volontariamente versato le relative contribuzioni quanto versato. Tale restituzione è dovuta per evitare disparità di trattamento con chi ha fin dall ’inizio optato di non avere I ’indennità di .fine mandato e quindi nulla ha versato a titolo di contributi per tale scopo all ’Ente Regione. L’Art. 4 vuole incidere sul regime dei vitalizi e delle indennità di fìne mandato, non ancora percepite, relativamente alla-e legislatura—e precedente-i a quella in corso per i Consiglieri Regionali e per i membri della Giunta Regionale in carica anche in precedente o precedenti legislature. L’articolo si ispira a principi di giustizia sociale, equità e solidarietà, nonché al principio di uguale trattamento per tutti gli amministratori Regionali attualmente in carica. L’Art. 5 ricalcola i vitalizi percepiti da ex Consiglieri regionali ed ex membri della Giunta Regionale del Veneto, non più attualmente in carica, rendendoli corrispondenti ai versamenti a tal fine effettuati. L’articolo si ispira a principi di equità, giustizia sociale e solidarietà, principi recepiti nella nostra costituzione. L’Art. 6 prevede l’eliminazione di ogni forma di trasferimento in denaro recante oneri per la finanza pubblica a favore di gruppi politici presenti nel Consiglio Regionale Veneto, in linea con l’Art. 40 co. 3 della legge di modifica costituzionale recentemente sottoposta al referendum confermativo e di cui sopra. L’articolo 7 affida all’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale compito di dettare, ove necessitino, le disposizioni esecutive e di attuazione per coordinare la compiuta attuazione della presente legge. L’Art. 8 della presente legge ribadisce un principio già presente nel nostro ordinamento giuridico e cioè quello che una legge successiva abroga le disposizioni di legge e di altri atti aventi forza di legge precedenti in contrasto con essa (art. 15 Disposizioni sulla legge in generale) L’Art. 9 attesta che la presente legge non presenta oneri per la finanza pubblica.”

 


ANDREA GIURICIN, NUOVO PRESIDENTE DEL COMITATO SCIENTIFICO LC

 

Andrea Giuricin, classe 1982, docente di Economia dei trasporti all’Università Bicocca di Milano, è il nuovo presidente del Comitato Scientifico di Liberi Cittadini.
Volto noto per i suoi recenti interventi nel caso Alitalia, Giuricin è autore di diverse pubblicazioni e collabora con l’Istituto Bruno Leoni; subentra alla figura del professore Antonio Borghesi recentemente scomparso, uno dei primi e più grandi studiosi italiani dei temi legati alla logistica.
Il consiglio direttivo affida così al giovane ricercatore di fama mondiale la solidità delle proposte, specie alla luce dell’impegno per la costituzione del nuovo soggetto politico che l’ ALDE -Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa- intende promuovere anche in Italia.

Ad Andrea i nostri più sentiti complimenti per l’incarico e migliori auguri di buon lavoro.

 

CASO ENGLARO, UNA STORIA TUTTA ITALIANA 

 

Il Consiglio di Stato ha respingendo il ricorso della Regione Lombardia ed ha confermato, come aveva fatto in precedenza il TAR, il diritto al risarcimento che viene fissato in 133mila euro: la Regione viene condannata perché non si fece carico di trovare una struttura pubblica nella quale ricoverare la giovane Eluana per sospendere il trattamento di sostegno vitale.

Una storia tutta italiana, che è bene ricordare: lo facciamo con l’amico Marco Gentili,Co-Presidente dell’Associazione della”Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica”.

 

Chi era Eluana Englaro e di che cosa è morta?

Eluana era una normalissima ragazza di 21 anni, appena iscritta alla facoltà di lingue di Milano. Il 17 gennaio 1992 prese parte ad una festa improvvisata da amici senza avvertire nessuno, né la migliore amica, né i famigliari che erano in vacanza in montagna. Sulla strada di ritorno verso casa, in prossimità di Lecco, la sua BMW finì fuori strada per colpa di una lastra di ghiaccio prendendo in pieno un palo della luce. La diagnosi fu drammatica: coma profondo ed eventuale tetraplegia in trauma cranico midollare con frattura C2. Fu intubata e ventilata senza assenso di nessuno, uscendo dal coma dopo più di un mese ma rimanendo in stato vegetativo. Dopo 17 anni, il 9 febbraio 2009, all’età di 38 anni è morta definitivamente per arresto cardiaco dopo tre giorni di sospensione della nutrizione artificiale e dopo una miriade di divieti e percorsi burocratici piuttosto artificiosi.

 

Che cosa risposero i giudici in tre gradi di giudizio alla richiesta di sospendere la nutrizione forzata della figlia da parte del padre Beppe Englaro?

Il caso di Eluana fu discusso nei tre gradi di giudizio dei tribunali italiani ed europei per ben 11 anni; il primo passo fu quando Beppino Englaro diventò tutore legale di Eluana nel 1997, in seguito furono presentate e sempre respinte le richieste per l’interruzione dell’alimentazione artificiale passando per ricorsi e contro-ricorsi fino a quando la corte d’Appello di Milano, attraverso la sentenza n. 21748 del 16 ottobre 2007 autorizzò Beppino ad interrompere l’alimentazione artificiale di Eluana come da lei più volte stabilito nei discorsi intercorsi durante i propri anni di vita autonoma, nei colloqui familiari ed amicali. La vicenda però non si concluse lì perché  la procura di Milano fece ricorso contro la decisione della Corte d’Appello facendo tornare il caso nuovamente in Corte di Cassazione che, in una sentenza storica, diede piena ragione alla famiglia Englaro denunciando il vuoto legislativo (che esiste ancora oggi) per la regolamentazione di questi trattamenti sanitari.

 

“Fare tutto alla luce del sole” ha dimostrato che “solo nella legalità esiste la libertà”. Quale libertà ad oggi è riconosciuta ai malati terminali?

Ad oggi non è riconosciuta nessuna libertà ai malati terminali se non sottaciuta e spesso negata o trascurata dalle istituzioni che dovrebbero rappresentare anche questa categoria di persone. Ecco perché, con l’Associazione Luca Coscioni  “quella luce del sole” facciamo di tutto per farla “filtrare attraverso le nubi” di legislatori e politici troppo spesso indifferenti a questo tipo di problematiche e che aprono l’ombrello ancor prima che piova.

 

Le motivazioni della sentenza di ieri parlano di “violazione del proprio diritto all’autodeterminazione in materia di cure”: vi è già un diritto leso ogni volta che si nega l’autodeterminazione al malato terminale?

A mio avviso ogni volta che si nega qualsiasi autodeterminazione al malato terminale c’è un diritto leso. La sentenza del Consiglio di Stato non lo afferma direttamente con questa sentenza ma lo fa capire abbastanza chiaramente. Anche le disposizioni anticipate delle persone, quindi, dovrebbero essere rispettate e con trepidazione stiamo aspettando che in questa legislatura almeno arrivi un sensato impianto legislativo sul testamento biologico. Altrimenti il caso di Eluana Englaro resterà un unicum giudiziario.

 

L’approvazione definitiva del testamento biologico è sempre vicina, ma non ancora è legge dello Stato. A che punto siamo?

Il Ddl 2801 che è arrivato al Senato il 9 maggio 2017, deve essere quanto prima votato così com’è uscito da Montecitorio senza emendamenti per non rischiare di andare fuori tempo, se dovesse cadere il governo e terminare la legislatura sarebbe l’ennesima beffa ai danni dei malati e dei caregiver che li accudiscono. Anche il Presidente del Senato recentemente ha risposto in questo senso a Carlo Troilo, nostro dirigente dell’Associazione Luca Coscioni.

 


AUSTERITY E SPENDING REVIEW, NUMERI O PAROLE?

 

 

Costantino De Blasi, Responsabile Finanze Liberi Cittadini, Risk Manager, Consulente aziendale, Analista macroeconomia.

 

In Italia l’austerità fiscale non è mai esistita. La spesa pubblica al netto degli interessi ha continuato a salire dal 2014, i numeri dello stesso Def sono chiari” diceva Perotti pochi giorni fa. Ieri però il commissario alla spending review Gutgeld ha sostenuto il contrario. Trattandosi di numeri come possibile tanta distanza tra le parole?

“Prima di tutto andrebbe definito cosa è ‘austerity’. La disciplina di bilancio, il contenimento del rapporto debito/pil, il contenimento del deficit, l’aumento delle tasse? Mi sembra che in Italia, al solito, regni la confusione. Siamo nella UE e nella moneta unica perché abbiamo concordato un percorso di risanamento dei conti pubblici in cambio della stabilità monetaria. Stabilità che ha un peso fondamentale nell’economia di un Paese come Boldrin ed io abbiamo provato a spiegare in questo post  http://noisefromamerika.org/articolo/c-divorzio-non-ho-niente-mettere. Assumiamo che austerità significhi pareggio fra entrate e uscite in modo da non aggravare il rapporto debito/pil, i numeri del DEF, citato da Gutgeld, ci dicono che la spesa complessiva della pubblica amministrazione, al lordo di quella per interessi sul debito pubblico, passa dagli 826 miliardi del 2015 agli 829 miliardi del 2016; e, si badi bene, l’unica voce che diminuisce sensibilmente è quella degli interessi sul debito. Quindi, chiedo, alla luce dei numeri ha ragione Perotti o ha ragione Gutgeld? Quello che fa YG è giocare con il nome attribuito alle poste di bilancio, laddove una spesa (quella per il bonus degli 80 euro) viene indicata come riduzione delle tasse, e giocare con la spesa tendenziale a legislazione vigente, che sarebbe aumentata ancor di più senza gli gli interventi del governo.”

La spesa pubblica ha visto una riduzione di 30 miliardi all’anno, tanto che tra il 2013 e il 2016 è cresciuta a zero contro quasi il 7% della media europea?

“Verificato che non c’è stata nessuna riduzione di spesa per 30 miliardi, ho cercato le statistiche citate da YG senza trovarle. Gli ultimi dati pubblici, sia eurostat che Ocse, si fermano al 2015, e non c’è traccia di un aumento della spesa in area UE del 7%. C’è invece che fra 2014 e 2015 ci sono state in UE una riduzione del deficit e del debito medio. L’italia, ovviamente, fa eccezione. D’altra parte il fatto che Gutgeld inviti il governo a ridiscutere il patto di stabilità sta a significare che l’austerity è ben lontana dall’ essere stata raggiunta. Se lo fosse i vincoli di bilancio non sarebbero un problema. Tantomeno le clausole di salvaguardia (aumenti automatici di iva) che verranno stabilizzati solo, si spera, con la legge di bilancio 2018”.

 La Pubblica amministrazione italiana ha ridotto i costi e le spese più degli altri paesi europei?

“C’è stata una riduzione della spesa per redditi nel 2015, pari a circa 3 miliardi, e di quella per investimenti fissi lordi per circa 2 fra 2015 e 2016. E’ sempre difficile commentare i dati aggregati per esercizi. Il saldo contabile non corrisponde quasi mai a quello reale”.

E’ cambiata la modalità di intervento dai tagli lineari dall’alto del passato?

“Cottarelli aveva consegnato un ottimo lavoro prevedendo tagli selettivi. Sappiamo com’è finita la sua avventura. Nel documento di programmazione economica si procede abbastanza largamente con tagli lineari rimandando quelli selettivi a successivi decreti. Un elemento indicativo è il fatto che ogni governo si affidi a commissari straordinari; poiché le scelte di finanza pubblica sono materia politica, dovrebbero essere i politici ad individuare quali tagli effettuare. Demandare un tecnico terzo, come Giarda, Giovannini, Cottarelli, Perotti e, in parte, anche Gutgeld, è la maniera più semplice per far finta di voler tagliare e poi lasciare le cose come stanno”.

La mancata riduzione dei vitalizi dei politici e degli stipendi per le figure apicali della pubblica amministrazione (che guadagnano molto più rispetto ai loro pari grado di altri Paesi) è figlia di numeri non aggredibili o antenata di una precisa volontà politica?

“Diciamolo chiaramente, i tagli agli emolumenti dei parlamentari, o di quelli dei manager di Stato, sono niente altro che demagogia. Avrebbero al più funzione simbolica, perché i risparmi ottenuti varrebbero ben poco rispetto agli oltre 800 miliardi di spesa pubblica complessiva. Questo non vuol dire che non si debbano fare, ché il deficit di credibilità della classe dirigente è sempre grande, ma se vogliamo guardare al “fenomeno” in modo aggregato, sono altri gli interventi che servirebbero. La spesa pubblica su prodotto interno lordo viaggia costantemente intorno al 50%; meno di qualche partner europeo, ma ben sopra di quanto accade nella gran parte dei Paesi OCSE, le cui economie, sia le une che le altre, crescono più e meglio della nostra. A proposito di quest’ultimo punto, permettimi di fare un inciso: la rilevazione Istat dl primo trimestre 2017 ha certificato una crescita del prodotto interno lordo dello 0,4% sul trimestre precedente e dell’1,2% sull’anno precedente. A me e ad altri commentatori è parso un dato anomalo. Abbiamo dunque verificato e abbiamo scoperto un uso “disinvolto” dei deflatori”, specie ove si consideri che la crescita del pil nominale è stata di fatto trascurabile. Un amico, analista all’OCSE, ha avuto la pazienza di raccogliere e correlare i dati. Ne viene fuori che quell’1,2% in realtà è un giochino statistico. Il post è disponibile qui per chi lo voglia leggere   http://noisefromamerika.org/articolo/deflatori-miracolosi-accelerazione-pil-italiano. E’ un po’ da addetti ai lavori ma la sintesi è comprensibile a tutti”.

 


LIBERI DAGLI ORDINI

 

Un recente provvedimento -di sospensione di due mesi da parte dell’Ordine dei giornalisti nei confronti di un noto professionista- ha riacceso il dibattito sulla legittimità degli ordini professionali: Liberi Cittadini rilancia una battaglia del suo fondatore, prof. Antonio Borghesi, per la riforma di questo istituto illiberale, e soprattutto inutile.

Nell’ Italia democratica e repubblicana vige una legge del 1938 secondo cui “Possono esercitare la professione solo gli iscritti agli Albi; non possono essere iscritti e, se iscritti, devono essere cancellati coloro che non siano di specchiata condotta morale e politica e che non svolgano attività contrarie agli interessi della Nazione, provvedimento emanato in un clima di leggi razziali e volto ad impedire l’esercizio professionale ad ebrei, antifascisti ed omosessuali.
“Non possono esercitare la professione solo gli iscritti all’albo(…) non possono essere iscritti e, se iscritti, devono essere cancellati coloro che non siano di specchiata condotta morale e politica”.
Ma nel 2017, liberi cittadini (con un proprio orientamento politico, ideologico, religioso, sessuale, etico, morale ed estetico) che abbiano superato l’esame di Stato, sono ancora costretti ad iscriversi ad un’associazione di categoria per esercitare la libera professione.
Quale ratio risolverebbe l’obbligatorietà della iscrizione agli Albi ai fini dell’esercizio professionale? La qualità delle prestazioni professionali future, nonostante il consiglio di un ordine sia incompetente, per legge, ad esprimere giudizi di qualità …

Luigi Einaudi sosteneva che “ Gli Ordini possono anche rimanere per quelli che intendono iscriversi, l’importante è che venga eliminata la obbligatorietà della iscrizione ai fini dell’esercizio professionale”, esattamente come gli ordini professionali europei e americani che si basano su precise norme di deontologia professionale e hanno una funzione meramente etica e non sindacale come quelli italiani.
Liberiamo quindi le professioni da oneri di forma e assicuriamo ai cittadini meriti di sostanza.

Stiamo organizzando convegni ed iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica e a impegnare le istituzioni alla riforma necessaria: contribuisci con le tue proposte, le metteremo in rete perché altri possano farle proprie.
Mandaci idee e contenuti, segnalaci iniziative, attivati nelle modalità che ritieni più utili, sapremo seguirti.


 

CHI NASCE E CRESCE ITALIANO, E’ ITALIANO

Niccolò Rinaldi, presidente Liberi Cittadini: “Il testo arrivato ieri in Senato non guarda al principio dello Ius soli tout court, bensì introduce due nuovi principi -lo Ius soli temperato e lo Ius culturae- in superamento della legge 91 del 1992 (Ius sanguinis) ed allinea il nostro paese agli standard europei: in Francia, per esempio, esiste da tempo un meccanismo di “doppio Ius soli”, regime simile a quello che vige in Olanda, Lussemburgo e Spagna, mentre in Germania, dal 2001, lo Ius soli è concesso ai figli di stranieri legalmente residenti da almeno otto anni.
Da anni l’Unicef aveva invitato gli Enti locali a riconoscere la cittadinanza onoraria a tutti i minorenni nati in Italia da genitori stranieri, e personalmente, già nel 2012, avevo appoggiato la mozione lanciata da Laicitaediritti e recepita da alcuni Comuni italiani, di riconoscere la cittadinanza onoraria a quei bambini e quei ragazzi che sono nati nel nostro Paese.
L’integrazione richiesta ai cittadini stranieri non può prescindere dall’inclusione di chi nasce e cresce italiano: rimanere ancorati all’arcaico concetto dello Ius sanguinis tradisce una cultura anacronistica di cui anche ieri, fuori e dentro al Senato, abbiamo avuta una testimonianza imbarazzante. Che un paese moderno ed europeo non può permettersi di conservare.”


POCHI SPICCIOLI, O TANTI?

 

La commissione Bilancio della Camera ha bloccato la produzione delle monetine da 1 e 2 centesimi a partire dal 2018, il nostro consigliere Sandro Mandini però ha più di qualche perplessità: “Non comprendo la reale necessità del provvedimento, altresì temo un arrotondamento dei prezzi all’unità superiore con conseguente aumento. Quanto costerà alle tasche dei cittadini?”.

 

Il conio della monetina da 1 centesimo costa 4 centesimi, ne costa 4,5 la monetizza da 2: si prevede un risparmio di circa 20 milioni l’anno per lo stato.

Intanto precisiamo che queste stime sono aleatorie in quanto non supportate da dati ufficiali della banca d’Italia o dalla Zecca dello Stato sul rapporto tra costo di produzione e valore di circolazione.

Il Governo italiano non ha mai fornito dati ufficiali a differenza di quanto fatto da altri esecutivi europei come quello francese che ha dichiarato di spendere 1,5 cent per produrre la moneta da 1 centesimo.
Sui presunti risparmi, per lo Stato italiano, di circa 20 milioni di euro in caso di fermo alle monetine, chiedo: come avete stimato questo risparmio se non ci sono dati disponibili e trasparenti ? Mistero. Se ci sono, pubblicateli.

Trovo poi un tantino demagogico che la proposta avanzata dal PD, di far confluire i risparmi della mancata coniazione nel Fondo per la riduzione del debito pubblico, venga dallo stesso partito che guida i governi che dal 2014 ad oggi hanno aumentato il debito pubblico di quasi 100 miliardi.

C’è però un’altra considerazione, più seria, che va fatta: al di là dei presunti risparmi, al di là della noia per i commerciati di gestire resti e prezzi per arrotondamento (senza regole nazionali precise), dobbiamo ricordare che i coni di piccolissimo taglio sono semplicemente frazioni di un valore e servono banalmente a rendere estremamente precisi prezzi, conversioni ecc.. ecc…

 

La Finlandia ha accettato l’Euro e non ha mai messo in circolazione le due monetine da 1 e 2 centesimi, bisognava seguire il loro esempio?

L’Italia seguirebbe le orme di Finlandia, Olanda, Irlanda e Belgio che, una dopo l’altra, hanno deciso già da qualche anno di non usare più le monete di 1 e 2 centesimi, sebbene queste abbiano mantenuto il loro corso legale.

Nei paesi che hanno già optato per questa soluzione l’arrotondamento avviene sul conto finale della spesa: ciò vuol dire che sui prezzi dei singoli prodotti non è stata apportata modifica. E per giunta, questo viene effettuato solo per i pagamenti in contanti. L’arrotondamento avviene per eccesso o per difetto.

La strada maestra per ridurre la circolazione del contante e a quel punto anche ridurre i costi di conio è quella di incentivare i sistemi di pagamento in forma digitale che peraltro servirebbero anche a fare emergere gran parte dell’economia sommersa compresa quella criminale.

 

L’ arrotondamento dei prezzi dovrà seguire questi criteri: 0,1 e 0,2 saranno arrotondati a zero, 0,3 e 0,4 a 5 centesimi; 0,6 e 0,7 sempre a 5 centesimi e invece 0,8 e 0,9 a 10 centesimi. Perchè temi un rialzo dei costi?

Intanto precisiamo che sarà il Ministero dell’Economia a stabilire i criteri con cui i prezzi verranno arrotondati ai 5 centesimi più vicini.

Già all’epoca del passaggio dalla lira all’euro abbiamo avuto prova di come le leggi che regolavano gli arrotondamenti siano state violate in modo sistematico e i prezzi al dettaglio siano stati tutti modificati verso l’alto.

Per questo temo che l’eliminazione dei centesimi, pur in presenza di regole per l’arrotondamento,  darà sfogo ad aggiustamenti dei listini al rialzo e a rincari selvaggi a danno delle famiglie, perché il Governo non è in grado di controllare i prezzi né sanzionare gli speculatori.

Questa situazione, in presenza di un numero crescente di cittadini che vivono all’interno o al limite della soglia di povertà, è allarmante.

Purtroppo tante persone sono costrette a fare i conti anche con i singoli centesimi e non per spese superflue ma per l’acquisto dei beni essenziali.


PICCOLO MANIFESTO LIBERALDEMOCRATICO

 

 

Niccolò Rinaldi, già vice presidente del gruppo ALDE al parlamento europeo, presidente di Liberi Cittadini :

1. Cresciuto alla scuola repubblicana, mi considero liberaldemocratico. Lo sono perché sono convinto che l’Italia abbia bisogno, da sempre, di una botta di liberal-democrazia, con poche leggi ma molto chiare, con una norma trasparente che prevalga sull’arbitrio, ovvero con la supremazia dello stato di diritto rispetto all’abuso, o al suo diminutivo, l’opaca discrezione, dove al cittadino sia permesso di affermare la sua scelta, di espandere la sua capacità, di creare il proprio spazio vitale, professionale, conoscitivo. Ovvero, perché ho talmente rispetto per la burocrazia, sono liberaldemocratico perché voglio una burocrazia al suo posto e solo lì, semplice, accessibile, evidente nella procedura e nelle finalità – che si tratti di pagare una tassa o di esercitare un’attività.
Sono liberal-democratico perché sono convinto che in Italia il mercato e anche lo Stato debbano essere aperti, con molte maggiori liberalizzazioni, sottoposte a garanzie e sempre nell’interesse non dei privati ma della collettività – dunque, diversamente da come adesso.
Sono liberale perché la laicità è ancora un’emergenza nel nostro paese. E intendo per laicità non solo la separazione tra Stato e Chiesa, ancora non del tutto compiuta in Italia (si legga la proposta di legge di revisione del Concordato, presentata da Possibile, per permettere alla magistratura italiana di perseguire i pedofili che si annidano nel clero, per capire l’ennesimo ritardo nazionale su cui tutti tacciono), ma anche la separazione tra Stato e corporazioni di ogni sorta, tra politica e affari. Intendo la laicità come l’impermeabilità dello Stato rispetto alle faziosità dei clientelismi e delle mille parrocchie familiari e particolari. Per me la laicità è anche questo: più Stato nello Stato e meno Stato nel mercato, e più mercato nel mercato e meno mercato nello Stato.

2. Ancora di più sono europeista, e lo sono da figlio di una tradizione che ha sempre visto nella patria e nel proprio “municipio” l’imprescindibile valore della comunità di origine, comunità amate perché si aprono, e da aprire amandole. Sono persuaso da quanto oltre mezzo secolo fa asseriva Altiero Spinelli, cioè che il vero discrimine ormai non sia più secondo le tradizionali linee di destra e sinistra, conservatori e progressisti, ma tra i ferventi europeisti e gli altri. Tra gli “altri” non metto solo i sovranisti che si oppongono al processo d’integrazione, ma anche tutti quegli europeisti a metà, che invocano maggiore “coordinamento” tra i vari paesi, che si accontentano del metodo inter-governativo. Sono per gli Stati Uniti d’Europa, con un solo governo e solidi principi di sussidiarietà, con un popolo consapevole del suo destino comune.
E ritegno che questa sia la scelta del coraggio, della bellezza e dell’intelligenza, perché nei suoi duemila anni e passa di storia l’Europa non ha conosciuto un progetto altrettanto civile e pacifico, e perché so bene, come in realtà sanno tutti, anche coloro che ingannano affermando il contrario, che solo con un’Europa unita, e non meramente “integrata” o “solidale”, possiamo affrontare ognuna delle sfide del nostro tempo con qualche probabilità di successo. E sono contento di appartenere al mondo liberale, fermamente europeista – da sempre, fin dal Risorgimento, e poi dalla Resistenza, dalla ricostruzione, e non da Maastricht…

3. Sono di sinistra, perché sono convinto che nel nostro paese vi sia poca giustizia sociale, tra settori della cittadinanza poco tutelati, forbice salariale che continua a crescere e scarsissima mobilità sociale. Lo sono ancora di più in Italia, paese dove l’illegalità la fa spesso da padrona, anche deprimendo la meritocrazia, e dove è necessaria un’attenzione particolare ai settori con minori tutele, o addirittura privi di tutela, che non possono essere lasciati in balia di aggiustamenti del mercato che si vorrebbero naturalmente virtuosi.
Da liberaldemocratico aborro mance assistenzialistiche e propagandistiche, e sono convinto che occorrano politiche di coesione sociale non conservatrici e paternalistiche, ma capaci di mettere chiunque, in base alle sue precise condizioni, di sviluppare la propria persona. La prima di queste politiche è una scuola e poi un’università di qualità per tutti. Pubblica la prima, anche privata la seconda, ma con meccanismi che la rendano accessibile anche a chi ha meno.
Sono di sinistra perché ritengo, e ancora una volta soprattutto in un’Italia disastrata, che la protezione dell’ambiente abbia bisogno di una politica non sclerotica, non burocratica, non formalmente ingessata a tal punto da permettere troppi abusi, ma che salvaguardi il nostro territorio, mettendolo in sicurezza dai suoi dissesti e valorizzandolo nella sua bellezza.
Ho fatto tanta strada e ancora spero di farne con amici che di sinistra non sono, anche perché se uno più due e più tre fa sei, non appartengo alla sinistra socialista o addirittura post-comunista, ma appunto a quella democratica e liberale, gobettiana e lamalfiana, europeista da Mazzini a Spinelli, che ha sempre saputo coniugare mercato e diritti civili, programmazione dell’interesse collettivo e libertà dell’individuo.

4. Non sono per la solitudine dei liberal-democratici e non ho paura delle alleanze, anzi. Sono consapevole che questa cultura è restata finora minoritaria, in un’Italia dominata da tante chiese – ultima delle quali quella del populismo e dei personalismi, con nuovi idoli da portare in processione. Ma so che il pensiero liberale, repubblicano, radicale è anche azione, e può essere il sale della politica, contaminando con le sue idee, con la caparbietà di chi è abituato a mettersi nella scomoda posizione delle minoranze, altre sponde politiche. So che il laico è per definizione un animale di frontiera, pronto all’ascolto degli altri e che non si accontenta della pur nobile testimonianza. Da liberale non demonizzo nessuno a priori e sono pronto a riconoscere tutto ciò che ci sia di buono in altri percorsi.

5. Per me il mio primo alleato sarà comunque l’altro liberale. Anche se potremo dividerci su molte politiche, lo troverò sempre laico ed europeista, e da destra a sinistra condivideremo sempre un alfabeto comune. Difendo sempre dunque la scelta di unire i liberaldemocratici italiani, paradossalmente inclini a dividersi più di qualsiasi altro, e quelli europei, e anche quelli africani, asiatici, americani – che poi è ciò che ho concretamente cercato di fare da deputato e anche da funzionario dell’ALDE. E se non sarà possibile, non avrò paura a lavorare con altri che condivideranno qualcosa del nostro progetto, convinto che i liberaldemocratici hanno valori veri, conoscono l’analisi critica, coltivano il dubbio, e solo così restano sorridenti e volitivi.
Ecco, le mie poche ma solide ragioni per andare avanti”.


LIBERALITALIA, RIUNIRE LA DIASPORA LIBERALE

 

Sabato 6 maggio, a Milano, un bel po’ di liberali si sono dati convegno e, alla presenza del capogruppo liberale al Parlamento Europeo, Guy Verhofstadt, hanno cominciato a ragionare sul futuro, affermando la necessità della formazione in Italia di un soggetto politico liberale, capace di partecipare alla prossime elezioni politiche col simbolo LiBERAITALIA-LIB, il cui logo è comparso sullo schermo della sala al termine del convegno.

Avendo avuto l’opportunità di parlare ai convenuti, ho provato a sintetizzare le ragioni della necessità di una presenza liberale autonoma con alcune sintetiche affermazioni su cui ora proverò a riflettere in termini più dettagliati, partendo dalla considerazione che, se vogliamo essere e dirci europei, oltre che italiani, anche la nostra offerta politica, deve essere europea; e, in Europa, in tutti i paesi dell’Europa, l’offerta politica è chiarissima ed emblematica: ci sono i conservatori, i popolari, i liberali, i socialisti, e poi ci sono le sinistre, le destre e i populisti di vario genere.

E così è sempre stato anche in Italia, sino al 1994, quando la seconda repubblica – propiziata da un mix di corruzione politica, giustizialismo istituzionale e mediatico, illusione maggioritaria – ha profondamente cambiato l’offerta politica, proponendo i partiti-contenitori di centrosinistra e di centro destra, all’interno dei quali si sono collocati improbabili sigle, di volta in volta inventate facendo ricorso alla fantasia.

Per individuarle si è allora cominciato a fare ricorso alla zoologia (l’asinello) o alla botanica (la quercia, l’ulivo, la margherita, la rosa), con operazioni mimetiche che hanno finito per portarci oggi anche al “partito non partito”, quasi parafrasando la “non-persona” o la “neo-lingua” di Orwell, nel cui paese immaginario di Oceania vigono tre regole ossimoriche: la guerra è pace (perché nessuno può vincere o perdere, che ci sia pace o guerra),  la libertà è schiavitù (perché chi è libero è destinato alla sconfitta e alla morte), l’ignoranza è forza (perché l’ignoranza dei più garantisce il potere dei pochi).

Ahinoi, questa è la fotografia politica dell’Italia di oggi, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Son spariti i partiti costruiti sulle convinzioni e sugli ideali, che sono, ancora oggi, in varia gradazione, quelli eterni regalatici dalla rivoluzione francese (la libertà, l’eguaglianza, la fraternità/solidarietà), e sono comparsi i partiti basati sulle convenienze, virtuali nella loro struttura ma concretissimi nella capacità di occupare il potere e autoreferenziali nella nomina dei rispettivi parlamentari.

Da qui tre ulteriori conseguenze: l’indifferenza degli eletti rispetto ai partitiche li hanno nominati, la disaffezione degli elettori verso la politica, e, e non da ultimo, un diffuso sistema corruttivo, in cui si usano soldi pubblici per scopi privati, il luogo del  finanziamento illegale dei partiti della prima Repubblica, in cui almeno si usavano soldi privati per scopi pubblici.

Tutto ciò appartiene ancora al presente, ma la duplice bocciatura di riforma costituzionale e italicum rende oggi possibile, ovviamente a leggi elettorali emerse dalle sentenze della Corte Costituzionale, relegarlo al passato con una nuova offerta politica che prima era impossibile.

Se riusciremo ad andare verso la terza repubblica, non si tratterà di tornare alla prima, ma di rinverdire in forme nuove ciò che la prima aveva realizzato, e che poi la mancanza di alternative e di contendibilità del potere aveva, via via, corrotto.

Il compito di un nuovo soggetto politico che voglia ispirarsi ai principi del liberalismo dovrà essere quello di modernizzare l’Italia, rendendola simile agli altri paesi europei, e quindi di garantire la neutralità dello Stato (che deve essere solo il regolatore dei conflitti), e di assicurare la diversità degli individui (quale che sia il loro genere), la spontaneità dell’economia (libera di perseguire l’interesse privato nell’ambito di regole pubbliche), l’imparzialità, la snellezza e la meritocrazia nella pubblica amministrazione (a partire dall’accesso, magari riesumando dal dimenticatoio la norma costituzionale, art. 97, per cui agli impieghi pubblici si accede mediante concorso).

E tutto questo non si potrà fare se non si assicura la rappresentatività delle istituzioni, se non si sostituisce la cooptazione dall’alto con le scelte dal basso, in modo che chi elegge sia giudice quotidiano di chi è stato eletto; che è poi la battaglia che molti liberali, non tutti purtroppo, hanno di recente condotto.

In definitiva occorre riconciliare i cittadini con le istituzioni e con chi è deputato a rappresentarli, in modo che a ogni soggetto politico corrisponda una precisa visione della vita sociale, nella quale chi la condivide possa riconoscersi, e che poi abbia titolo per pretenderne il rispetto nei comportamenti di chi sia stato delegato a rappresentarli.

Da oltre venti anni, il termine “liberale” è diventato un mero aggettivo, di cui tutti hanno tentato di appropriarsi, servendosene per raccattare qualche voto in più, senza trarne le conseguenze sui rispettivi comportamenti politici e di governo.

È per questo che la questione liberale torna di attualità oggi, quando è finalmente possibile colmare un vuoto e i liberali possono rimettersi “in marcia” (en marche, se si vuole), non ciascuno da solo, ma tutti insieme come comunità politica, per provare a fare nascere un soggetto che sia esclusivamente liberale, e che potrà diventare uno dei protagonisti della terza repubblica, se l’adesione dei liberali, prima, ne consentirà la nascita, e se il consenso degli italiani, poi, ne favorirà la crescita.

E’ ciò che fanno tutti gli altri: il PD, quando si riconosce nel socialismo europeo, Forza Italia e tanti altri quando si riconoscono nel popolarismo europeo, i sovranisti quando si riconoscono nei loro omologhi, e i populisti quando provano a fare altrettanto, talvolta sbagliando indirizzo.

Lo scopo che LIBERAITALIA si è dato è di riunire la diaspora liberale di questi anni, non solo quella delle generazioni passate, che ne sentono la nostalgia, ma soprattutto quelli delle nuove generazioni, che ne avvertono la mancanza e che vogliono ricongiungersi politicamente alla famiglia europea dei liberali, ma che non hanno trovato in Italia il soggetto politico per farlo a pieno titolo, e per questo hanno dovuto ricorrere all’iscrizione individuale, che può servire a ciascuno per salvare l’anima, ma non serve al Paese per introdurvi quelle massicce dosi di liberalismo di cui ha estremo bisogno.

Ed è per questo che dobbiamo essere particolarmente grati a Guy Verhofstadt, che, sfidando le infelici esperienze del passato, più e meno recente, ha voluto fornire il suo incoraggiamento all’iniziativa della Fondazione Einaudi che ha fortemente voluto il convegno di Milano, e ciò pochi giorni dopo avere dato, con un durissimo intervento al parlamento Europeo, una solenne lezione di liberalismo ed europeismo all’attuale premier ungherese, che da anni è impegnato nella distruzione delle libertà democratiche e civili del suo paese, avendo dimenticato quanto il passato regime abbia fatto strage di quelle libertà, anche col sangue dei suoi cittadini.

Se la riunione di Milano è stata possibile, il giusto merito va riconosciuto a chi ha accettato di promuoverla, di favorirla e di parteciparvi: e quindi a Giuseppe Benedetto, Davide Giacalone, e Andrea Pruiti, che, dal presidio liberale della Fondazione Einaudi, hanno immaginato il progetto e vi hanno poi lavorato senza sosta, e poi a Enrico Zanetti, che ha preannunziato la confluenza di Scelta Civica in LIBERAITALI, e a Flavio Tosi che ne ha garantito il successo di pubblico,e poi a chi era presente: i repubblicani (con Mauro Aparo), gli amici di ALI (con Alessandro de Nicola, Silvia Enrico e Flavio Pasotti), i Liberi Cittadini (con Niccolò Rinaldi, Alessio Morganti e Maria Maddalena Savini), gli Individual Member di ALDE (con Francesca Mercanti, Antonio Stango), e i gli amici di LiberalCamp(con Andrea Mariscotti), che organizzano a Roma il 27 maggio un evento simile, che spero possa servire a fugare qualche dubbio che ancora permane.

E infine, da siciliano, un particolare ringraziamento va a Roberto La Galla,che io mi auguro possa essere il prossimo presidente della Regione Siciliana.

Se poi questa riunione è stata densa di contenuti, lo dobbiamo alla relazione sull’Europa di Davide Giacalone, alla lezione di economia di Dominick Salvatore, e all’impegno di Beniamino Migliucci, che con l’Unione delle Camere Penali ha iniziato la grande battaglia liberale per la separazione delle carriere dei magistrati.

Non senza rammentare a chi ancora si attarda sulle posizioni del passato, che nulla del genere sarebbe stato possibile se gli italiani, prima, e la Corte Costituzionale, poi, avessero convalidato le riforme istituzionalidel passato governo.

La riunione di Milano non è stata la conclusione di un percorso, ma piuttosto solo l’inizio, l’apertura di un cantiere, nel quale dovranno essere impegnati anche tanti che ancora non ci sono e che dovrebberoinvece a pieno titolo esserci.

A partire dagli amici di Critica Liberale e di Libro Aperto, che non hanno mai smesso di fare sentire la voce della cultura liberale nell’Italia illiberale di ieri e di oggi; e poi quelli del PLI, che hanno tenuto alta per venti anni la bandiera liberale; quelli di LIBMOV, che per primi, più di tre anni fa, anche allora presente Guy Verhofstadt, hanno tentato la strada che ora stiamo provando a percorrere; quelli della Democrazia Liberale di Valerio Zanone e dei Liberali di Renato Altissimo, che ai liberali d’antan come me mancano oggi come non mai, e che vanno ricordati non come gli ultimi autorevoli leader liberali dello scorso secolo, ma come i primi, ancorché inascoltati,  di questo; a quei Radicali che sono convinti che, assieme alle meritorie battaglie monotematiche, occorre occuparsi anche dei problemi generali del Paese.

Un appello che si rivolge anche a tutti quegli amici che hanno creato la loro piccola casa, liberale, radicale o repubblicana, in vario modo denominata, non volendo frequentare, spesso le case degli altri; e anche a quelli che le case degli altri hanno accettato di frequentarle, più o meno tollerati, in mancanza d’altro, stanchi di aspettare, ingoiando il rospo dell’adesione ad altre formazioni politiche europee;e, infine, ad alcuni altri che stanno dimostrando, anche in questi giorni, di avere grandi energie politiche, organizzative e professionali, da mettere al servizio di un’Italia più liberale, ma pensano ancora ai meccanismi maggioritari della seconda repubblica, mentre nel cantiere identitario che è stato aperto potrebbero avere una posizione eminente, se solo decidessero di esserci.

Il primo dovere di chi era a Milano sarà di andare a cercare quelli che a Milano non c’erano, provando a convincerli che nel mutato contesto istituzionale ci sono le condizioni necessarie, anche se da sole non sufficienti, per mettere insieme una nuova comunità di cittadini, e da qui per fare partire una nuova offerta politica, in cui ognuno abbia la possibilità di dire la sua, in pari dignità, e tutti insieme potremo dire la nostra agli italiani.

A nessuno di questi amici, che ancora non ci sono, andrà chiesto da dove vengano, ma solo verso dove e vero cosa vogliono andare, unica cifra unificante essendo quella del liberalismo non solo affermato ma soprattutto praticato nei comportamenti politici di ogni giorno.

Il ruolo dei liberali sarà quello di dare forza rappresentativa ai ceti medi che, nell’ideale disegno dell’elefantino di Milanovic, si collocano nella zona sempre più calante della sua proboscide, impoverendosi ogni giorno di più, proprio quando una parte significativa della popolazione mondiale è uscita dalla fascia della povertà.

Le risposte positive ci sproneranno, quelle negative non ci scoraggeranno! E sarà anche possibile che, strada facendo, si finisca per perdere qualche iniziale adesione non sufficientemente motivata.

E quando saremo pronti, con chi ci starà, piuttosto che una convention, in cui uno solo parla, gli altri ascoltano, applaudono e vanno via dimenticando di esserci stati; e in luogo delle primarie dei giorni scorsi (in cui vota anche chi poi non può o non vuole votarti alle elezioni), o di quelle on line (in cui non sai nemmeno chi vota e il risultato dipende da ignoti decisori); invece di tutto questo, sarà necessario fare, nelle forme che i liberali finalmente organizzati insieme decideranno, un vero congresso, in cui si confronteranno, si scontreranno, proveranno vicendevolmente a convincerci, e poi, facendo sintesi, decideranno insieme programma, linea politica e alleanze; e dopo, stando insieme, continueranno a confrontarsi e a giudicare reciprocamente la coerenza dei rispettivi comportamenti, impegnandosi in politica ogni giorno che passa, e  preparandosi insieme alle scadenze politiche successive.

Insieme, uniti per unire, che sarà la cifra dell’impegno che ci tocca di assolvere; e, se ce la metteremo tutta, questa volta, contro ogni previsione, potremmo anche farcela; e, se no, si sarà trattato dell’ennesimo tentativo fallito, di cui potremo dolerci solo con noi stessi.


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